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RIMEDI/ Un’idea da Nobel per battere la crisi

lunedì 14 dicembre 2009

Pessimisti e ottimisti sembrano divisi nel giudizio sulla condizione attuale della crisi economico-finanziaria globale. Secondo i primi siamo ancora nel pieno della tempesta e anzi paesi come l’Italia, normalmente distanziata dalle “locomotive” economiche a causa di una certa inerzia strutturale, ancora deve subire le conseguenze più gravi. In ogni caso, se anche si dovesse debolmente invertire il segnale, sarebbe comunque una jobless recovery, una ripresa senza occupazione.

 

Al contrario, gli ottimisti vedono i primi segnali della ripresa fare capolino tra le stime e gli indicatori pubblicati dagli istituti economici mondiali. Il peggio, secondo questi ultimi, sarebbe ormai alle spalle e ci attenderebbero anni di seppur modesta, ma stabile ri-espansione.

 

Pur esistendo, perciò, valutazioni diverse sulla prognosi, su un punto oggi tutti sembrano essere d’accordo: nulla sarà come prima. Questa crisi globale, infatti, ha svelato in maniera incontrovertibile la totale inconsistenza di due grandi mitologie giuridico-economiche che hanno dominato la scena in questi ultimi anni: da un lato, il fallimento dell’ “auto-regolazione” dei mercati (soprattutto finanziari) e, dall’altro, il fallimento della “etero-regolazione” prodotta dai singoli Stati e dagli attuali organismi interstatali di vigilanza.

 

Entrambi questi miti, a ben vedere, si sono rivelati affetti dalla stessa deficienza: l’incapacità di garantire il bene comune. Entrambi questi miti - tanto l’autonomia del mercato, quanto l’eteronomia dello Stato - si sono mostrati viziati dal più antico e resistente dei mali: non l’errore, ma la “parzialità”; cioè, l’incapacità a porre in essere condizioni effettive perché si realizzi non un interesse particolare, ma quello che la Costituzione italiana chiama “l’interesse generale”.

 

Registrati, dunque, i fallimenti, resta aperta la questione di fondo: da dove ripartire? In realtà, già prima della crisi, il mondo cosiddetto “profit” aveva iniziato a interrogarsi sulla insufficienza delle sole logiche di guadagno a breve periodo e di massimizzazione del profitto per spiegare il fenomeno dell’impresa; si pensi, ad esempio, al tema della corporate social responsability; questaprospettiva, se correttamente intesa, prima che un valore prescrittivo (“occorre compensare le esternalità negative prodotte dall’impresa”), ha un chiaro valore descrittivo (“ogni impresa esercita, volente o no, una responsabilità rispetto al contesto sociale in cui opera”).

 

Il rischio, prima della crisi attuale, era però che questo “valore sociale” rimanesse comunque confinato all’esterno del “core” della impresa, pur sempre identificato con la produzione del profitto. Il primo e fondamentale elemento che la stessa realtà dei fatti oggi impone è “che a livello sia di pensiero che di comportamenti, non solo i tradizionali principi dell’etica sociale, quali la trasparenza, l’onestà, la responsabilità, non possono venire trascurati e attenuati, ma anche nei rapporti mercantili il principio di gratuità e la logica del dono come espressione della fraternità possono e debbono trovare posto anche nella normale attività economica” (nostro il corsivo).

 

Questa illuminante e lucida espressione è di Benedetto XVI, (dalla Enciclica “Caritas in veritate”, par. xx). Il dato assolutamente nuovo sta nell’inversione tra la regola e l’eccezione: il principio di gratuità e fraternità fanno parte della “normale” attività economica, sono un aspetto che appartiene, diremmo, alla struttura ontologica del mercato e non va “aggiunto” o “corretto” successivamente con una operazione esterna ed, alla fine, residuale.

 

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COMMENTI
15/12/2009 - Un problema etico ed educativo (ANDREA TESSADRI)

Credo che si stia travisando il messaggio dell'Enciclica Caritas in Veritate, di cui molto si sta parlando. Il motivo di questa crisi va ricercato molti anni fa, nelle cambiamento di valori che stanno alla base della famiglia: dalla guerra sono uscite famiglie provate ma unite nello sforzo reciproco di aiutarsi (i nostri nonni), a loro volta hanno generato figli cresciuti e abituati alla stabilita' statale (o statalista) ma con tanta voglia di lavorare, a loro volta hanno generato figli che, vivendo nella noiosa, immobile, uniforme modernita' hanno cercato la motivazione non nel rapporto con l'altro ma nell'esaltazione della propria performance e quindi nella competizione (il mercato, il profitto, la carriera, il benessere). Queste nuove generazioni hanno trasformato la societa' a livello economico, mediatico ed educativo per dar vita a una nuova generazione senza motivazione vera o ... senza Dio. Bisogna fare un passo indietro, guardarsi dentro, osservare le proprie relazioni con il coniuge, con i colleghi, con gli amici e chiedersi: cosa stiamo facendo ? Qual'e' il mio obiettivo ? Tutto questo correre e poi moriro', ma che senso ha ? Perche' la religione e' stata un fattore determinante nei grandi cambiamenti epocali della storia ? Perche' Dio c'e' e partecipa! Allora mettiamoci pazientemente a cercarlo, non abbiamo fretta di ritrovare la strada perche' ce la indichera' lui, solo mettiamoci in ascolto.