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mercoledì 1 dicembre 2010
Tra i dati del rapporto “World’s Women”, curato dal Department of Economics and Social Affairs dell’Onu e pubblicato all’inizio di novembre, spiccano le cifre sull’occupazione femminile: quelle del divario occupazionale tra donne e uomini (quasi trenta punti percentuali, in diminuzione solo grazie all’uscita dal mercato del lavoro, dovuta alla crisi, di molti lavoratori maschi), o quelle del diverso contributo al lavoro domestico dei due sessi (nettamente prevalente per le donne rispetto agli uomini: quasi tre ore giornaliere, nel migliore dei casi). Ma oltre a questi dati - riecheggiati di recente da ricerche più mirate, riguardanti il nostro paese, come quelle Istat -, il rapporto presenta almeno un paio di evidenze sulle quali è interessante soffermarsi.
La prima riguarda la crescente adozione di formule lavorative a tempo parziale: che non riguarda soltanto le donne - sebbene queste restino le più interessate -, ma anche gli uomini. Un elemento importante per superare progressivamente la tradizionale interpretazione di tali formule come riservate alle lavoratrici e destinate a rinforzare, come lo stesso rapporto Onu ripete, il modello del male breadwinner: com’è accaduto nelle nazioni nordiche, che pur avendo vissuto un decremento delle lavoratrici a tempo parziale tra il 1990 e il 2007 (-8% per la Norvegia, -5% per la Svezia), hanno però assistito all’aumento della quota di part-timers tra i lavoratori uomini (+4% per entrambe).
In generale, tra le nazioni che hanno visto l’affermazione del modello di lavoro a tempo parziale, spiccano quelle europee dell’Europa nord-occidentale: il caso di studio probabilmente più eclatante è quello dell’ Olanda, nazione che contava nel 2007 ben il 60% delle lavoratrici impegnate in lavori part-time (il doppio dell’Italia); ma degna di nota è anche la politica della Gran Bretagna, che riconosce ai genitori ambosessi di bambini fino a sei anni il diritto a forme di lavoro flessibile, compresa la riduzione dell’orario giornaliero (e ad avvalersene nel 2007 erano il 40% delle lavoratrici).
La seconda evidenza da sottolineare è quella relativa al settore di impiego delle donne: la presenza femminile si conferma prevalentemente concentrata nei servizi (i tre quarti nelle regioni più sviluppate, ma in costante crescita anche nelle altre). Sotto questa dicitura si trovano tuttavia accomunate professioni svariate, non necessariamente intellettuali o aliene dalla dimensione manuale: un impiego in un’azienda di consulenza e uno come operatrice di servizi di cura alla persona o alla casa sono classificati alla stessa maniera.
Il part-time è una delle migliori idee per le mamme lavoratrici, peccato che non venga concesso spesso oppure in alcuni casi venga imposta una rotazione turnistica opposta alle esigenze familiari con orari che prevedono ad esempio turni settimanali con 3 mattine e 2 pomeriggi lavorativi o, peggio ancora 2 mattine e 3 pomeriggi con fine orario anche a tarda serata. Come può dirsi compatibile tutto questo con la famiglia? Per non parlare del fatto che a volte i turni si svolgono anche di sabato e domenica. Possibile che la flessibilità la si debba solo subire?
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