Rubriche
mercoledì 13 aprile 2011
Che la crisi economica dell’ultimo anno abbia favorito la diffusione del part-time un po’ ovunque in Europa, è dato ormai acclarato - così come il fatto che in Italia il tempo parziale sia aumentato un po’ meno che altrove, come mostravano già i dati dell’Eurostat risalenti allo scorso anno. Nel nostro Paese, la percentuale di lavoratori part-time nel terzo trimestre del 2010 sfiorava il 15% in totale: una percentuale risultante dallo squilibrio tra la percentuale maschile (5,5%) e quella femminile (28,3%), e inferiore sia a quella media dell’Europa a 27 (pari al 19%) che a quella dell’Europa a 15 (pari al 20,2%). Ma analizzando i dati medi Istat dei primi tre trimestri degli ultimi quattro anni, l’istituto Datagiovani ha fatto di recente emergere un’altra evidenza: che il pur trascurabile aumento dei lavoratori a tempo parziale nel nostro Paese dal 2007 al 2010, sia in molti casi riconducibile a una sorta di scelta obbligata.
In altre parole: dei circa 270.000 lavoratori in più che nel 2010 avevano un contratto part-time - con un aumento dell’1,4% rispetto al 2007 -, circa la metà era stata spinta dall’impossibilità di trovare un lavoro full-time. E se si leggono le statistiche per genere, la percentuale di lavoratori impossibilitati a impiegarsi a tempo pieno diventa la maggioranza tra gli uomini, superando il 60%. Esattamente l’inverso di quanto accadeva nel 2007, quando l’opzione per il tempo parziale era stata motivata dalla maggioranza degli interessati (tipicamente donne) con la deliberata scelta di occuparsi della famiglia: meno di 4 part-time su 10, annotano i ricercatori di Datagiovani, derivavano allora dall’indisponibilità di impieghi a tempo pieno.
Stimo e apprezzo la Dott.ssa Liberace, ma credo che sia necessario proseguire l'analisi, senza lasciare una domanda aperta. Nella mia esperienza, nel tentativo di diffondere buone prassi di conciliazione famiglia - lavoro nelle piccole e medie imprese attraverso il Progetto WelFamily, mi sono accorto che la realtà è più complessa di quanto non appare. Ci sono aziende che nonostante abbiano attivato l'asilo aziendale e stiano organizzando il doposcuola, di part-time non ne vogliono neppure sentire parlare. Altre che lo concedono solo per le impiegate amministrative. Spesso, se non quasi sempre, le ragioni che portano le aziende a porre questi veti, sono assolutamente comprensibili e oggettive. Altre invece potrebbero essere risolte con adeguate innovazioni organizzative. Di certo, il tessuto imprenditoriale italiano costituito in gran parte da PMI è sicuramente più impermeabile a questo tipo di innovazioni organizzative e culturali. Anche l'Art.9 della Legge 53 non è certamente la soluzione migliore, in quanto sporadica e poco diffusa e conosciuta. La soluzione che io vedo è quella di creare reti territoriali in cui le imprese si aggregano per superare i propri vincoli strutturali e culturali al fine di organizzare servizi e innovazioni organizzative in un ottica di sistema e non di singole buone intenzioni. La politica da parte sua, dovrebbe trovare modalità che siano in grado di supportare e sostenere queste aggregazioni, incentivandone la nascita e lo sviluppo.
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