Rubriche
lunedì 30 maggio 2011
Pessime notizie per le donne italiane. Lo affermano a chiare lettere due autorevoli ricerche - una condotta dall’Istat, l’altra dall’Isfol - diffuse nelle ultime settimane, che raccontano in termini numerici il rapporto tra lavoro e mondo femminile. E i numeri sono tutt’altro che rassicuranti: secondo il Rapporto annuale dell’Istat, il 15% delle donne è costretta a lasciare il lavoro dopo la gravidanza, mentre circa 800mila donne affermano di essere state costrette a dimettersi dopo aver avuto un figlio; la crescita del part-time (che aumenta di 104mila unità), inoltre, sarebbe indice non di una maggiore possibilità di scelta, ma di una peggiore qualità del lavoro femminile, essendo riconducibile quasi mai a un’opzione volontaria della lavoratrice.Il volume Isfol “Occupazione e maternità: modelli territoriali e forme di compatibilità”, d’altro canto, spiega la difficile situazione facendo riferimento alla correlazione tra occupazione femminile, scelte riproduttive e offerta di servizi di cura, tenendo presenti non solo le diverse realtà regionali del nostro Paese, ma anche quelle di altri paesi europei.Solo il 12,7% di bambini italiani riesce a trovare posto negli asili nido; mettendo in relazione la presenza di un maggior numero di strutture per l’infanzia (come quella di alcune regioni italiane) e il tasso di fecondità, sembrerebbe che le donne che possono contare sui nidi abbiano il 2,5% in più di probabilità di fare figli.Se dunque è vero che il modello italiano è fondato sul breadwinner ma, a differenza di paesi come Francia o Germania, è centrato sulla famiglia invece che sullo Stato, e se è vero che all’interno di questa famiglia il peso del welfare ricade quasi interamente sulle donne, la conclusione appare pressoché obbligata: è sul welfare che bisogna intervenire, ampliando l’offerta di servizi di childcare come strumenti di conciliazione tra famiglia e lavoro. Tanto più che, come sottolinea in particolare la sezione dello studio curata da Tiziana Canal, questi servizi sembrano ormai essere comprovati come ingredienti indispensabili per lo sviluppo cognitivo del bambino.
conosco Comuni che non istituiscono asili-nido perchè il costo-per bambino è talmente alto da superare quanto la donna potrebbe guadagnare lavorando. Forse ciò dipende da "standard" qualitativi del servizio fissati a livello troppo alto. Credo che si potrebbero incoraggiare alcune iniziative in atto,come piccole cooperative,imprese sociali e simili,nidi in fabbriche o uffici gestiti a turno dallo stesso personale. Aggiungerei che gli assegni familiari sono troppo bassi,perchè non rivalutati a sufficienza nel periodo della inflazione a 2 cifre e dopo. Troppo basso poi mi pare il reddito oltre il quale l'assegno non compete. Perchè non cercare soluzioni che consentano alla donna madre di scegliere in vera libertà la" professione" di "casalinga" allevatrice dei figli oppure di lavoratrice extracasalinga,a tempo pieno o parziale ? Liberiamoci dal vetero-femminismo che costringe le donne a rinunciare ad essere madri che allevano ed educano i propri figli....
Articolo molto interessante, mi permetto di far osservare che molte volte il part time per le lavoratrici madri resta un sogno più che una costrizione (come invece afferma l'Autrice). Spesso infatti le aziende faticano a concederlo, e so di molti casi in cui è stato revocato "a causa della crisi". In Olanda, per esempio, paese più fecondo del nostro, il 76% delle lavoratrici ha il part time. Saranno mica tutte costrette?
La ringrazio del commento. In effetti una lettura dei numeri come quella dei rapporti qui citati sembra mirata a generare l'impressione che qualsiasi accoglimento di richieste di part-time sia in realtà una forzatura. Nulla di più lontano dal vero, per chi ha anche solo vagamente presente quanto sia difficile a tutt'oggi convincere i datori di lavoro a concedere il tempo parziale. Ma chissà perché, questa difficoltà non viene mai quantificata: funzionalmente a un'immagine della donna, in particolare lavoratrice, sempre più distante dalla realtà degli affetti e dei desideri. Solo una precisazione. A parlare di costrizione, naturalmente, non sono io ma i ricercatori di ISFOL e ISTAT: per quanto mi riguarda, condivido invece pienamente il suo punto di vista (non so se fosse abbastanza chiaro). (Paola Liberace)
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