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mercoledì 20 luglio 2011
Se foste un piccolo imprenditore lombardo, titolare di una piccola impresa meccanica con una trentina di dipendenti, uomini e donne; se la crisi economica avesse sorpreso anche la vostra impresa, mettendovi di fronte alla necessità di tagliare il tagliabile; se aveste preso la decisione di includere in questi tagli i posti di lavoro, e se di questi posti di lavoro diciotto fossero occupati da donne, operaie specializzate, e dodici da uomini, come scegliereste i dipendenti da mettere in cassa integrazione, e poi da licenziare?
Alla Ma.vib di Inzago, che produce motori per impianti di condizionamento, il criterio apparentemente adottato è stato il sesso: i lavoratori messi fuori, tra 10 e 13, sono tutte donne. La motivazione addotta dall’aziendina, secondo i sindacati (che sono sul piede di guerra), è stata la possibilità per le lavoratrici di curare i loro figli; ma, soprattutto, il minore contributo economico rappresentato dal loro stipendio nel bilancio familiare.
“Quello che le donne portano a casa è il secondo stipendio”: la contestata dichiarazione che i rappresentanti della Ma.vib. avrebbero fatto davanti all’Associazione delle piccole e medie imprese (Api) è confortata dai numeri. Secondo l’ultimo aggiornamento dei dati di occupazione dell’Istat, l’occupazione femminile è in crescita (0,1 punti percentuali guadagnati a maggio rispetto ad aprile, e 0,4% in più rispetto all’anno scorso), più di quella maschile (scesa di 0,4 punti rispetto al 2010); mentre la disoccupazione femminile è regredita più di quella maschile (nel primo trimestre, il tasso di disoccupazione generale è in calo rispetto all’anno scorso - 8,6% contro il 9,1% del 2010; ma per gli uomini l’indicatore decresce di 0,2 punti percentuali, per le donne di 0,9 punti). Ma questi dati vanno letti insieme a quelli sulle retribuzioni, resi noti nell’ambito del Rapporto Annuale Istat 2011: in media lo stipendio netto mensile delle lavoratrici dipendenti è di 1.131 euro, contro i 1.407 degli uomini - circa il 20% in meno.
Ci sono passato, e quindi posso parlare con cognizione di causa: quando una azienda ricorre a licenziamenti collettivi, deve, e sottolineo deve, indicare le figure professionali che va ad eliminare e non le singole persone. In altre parole se nell'organico di una azienda ci sono 20 operai generici e si va a ridurre la produzione, verranno considerati in esubero per esempio 15 operai generici e non altre figure professionali. E dovranno essere i 15 operai con minore anzianità aziendale a prescindere da ogni altra considerazione (sesso, carichi famigliari, dedizione al lavoro). Le considerazioni di Paola Liberace sulla condizione femminile nel mondo del lavoro sono interessanti, ma nulla hanno a che vedere con i licenziamenti citati all'inizio, che invece potrebbero fornire un utile spunto per discutere il fatto che in caso di licenziamento collettivo il datore di lavoro non ha alcuna facoltà discrezionale e deve trattare allo stesso modo il lavativo e il lavoratore attento, lo scapolo e chi ha figli a carico... questa rigidità è un bene o un male?
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