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Dopo “mani pulite”, dall’America “mutui puliti”

Come spiega Gianni Credit, la “seconda fase” della crisi dei mutui subprime sembra essersi aperta con l’ondata di arresti che ha colpito il mondo finanziario americano. La campana dei magistrati suona (un po’ come nel ’92 in Italia) per le istituzioni che hanno fallito nel loro compito di vigilanza

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Come ha scritto Marco Onado su Il Sole 24 Ore, l’escalation giudiziaria scatenata dai magistrati di New York sulle sospette frodi su mutui subprime, è assieme una buona e una cattiva notizia. A quasi un anno dall’esplosione di una crisi finanziaria essenzialmente statunitense, la maggior economia di mercato del pianeta ritiene maturo il tempo di perseguire i presunti responsabili, una volta emersa l’estensione e la profondità della “falla sistemica”. La scadenza delle presidenziali americane e le fiammate inflazionistiche alimentate dal petrolio e dalle materie prime alimentari non fanno che legittimare il cambio di passo dei giudici e la loro volontà di segnare un’attenzione “civile” per le centinaia di migliaia di americani che hanno sottoscritto mutui “maligni” (malicious).

Nel mirino sono simbolicamente finiti a metà della scorsa settimana Ralph Cioffi e Matthew Tannin, due ex gestori di hedge fund di Bear Stearns. Quindi, nell’ordine: due manager di un veicolo d’investimento ad alto rischio e alto rendimento, cioè dei “pusher” di droga finanziaria nei mercati; poi: due dirigenti di una grande major di Wall Street fallita, che ha costretto la Fed a un salvataggio precipitoso, con fondi pubblici: l’esatto contrario del verbo liberista. Cioffi e Tannin, infine, sono due esponenti di quella non ristretta comunità di banchieri e altri professionisti dell’industria finanziaria che sembrano trarre invariabilmente vantaggi dalle crisi: sotto forma di bonus milionari di licenziamento o liquidazione, proprio in occasione di crack o ristrutturazioni.
L’Fbi - la polizia federale nata negli anni Venti per combattere la minaccia del crimine organizzato all’integrità dei mercati - ha alzato il velo sul suo lavoro: oltre 300 fermi e 400 indagati negli ultimi cento giorni. Ma ora la palla è in mano ai magistrati, per i quali la strada si presenta ardua, perché in gioco è la messa in discussione ideologica dell’assunto mercatista dell’ultimo quarto di secolo.

Sul mercato il rischio è la regola e il mezzo che conduce al profitto. La trasparenza e le tutele per il consumatore (piccolo risparmiatore o grande investitore) fanno parte del gioco, ma è concretamente arduo - soprattutto nel capitalismo anglosassone più ortodosso - invocare l’altrui violazione delle regole, oppure eccessi di azzardo morale da parte di un intermediario per giustificare perdite. Questo sarà il compito degli attorney di Brooklyn - e prevedibilmente di altri distretti giudiziari americani, ma non sarà affatto facile. La lobby di Wall Street è più potente di quella dei produttori di tabacco o di fucili: pubblicamente nemici del progresso civile, in realtà appoggiati da una “maggioranza silenziosa” - trasversale e interetnica negli States - che non è disposta a veder sovvertiti da magistrati o politici i principi liberisti in base ai quali di un contratto privato sono responsabili i due contraenti.

Ma la campana dei magistrati suona - non diversamente dall’Italia del ‘92 - per le istituzioni che dovrebbero vigilare in via ordinaria sullo svolgimento delle operazioni di mercato. Se i giudici si muovono a colpi di custodia cautelare vuol dire che a fallire è stata non solo un’impresa o un’istituzione pubblica, ma il sistema civile entro cui il mercato o la democrazia si sviluppano. Ed è chiaro che i giudici sono ancora meno attrezzati dei banchieri centrali ad arginare le “esuberanze irrazionali” dei mercati: possono forse sanzionare alcune frodi (poche rispetto a quelle complessive) a titolo esemplare. Ma non possono ricostruire in sistema di valori condivisi sui mercati globali.
Possono invece sancire in modo definitivo l’impotenza di istituzioni e authority di ogni genere nel fronteggiare la legge del più forte (o della giungla). E l’indebolimento delle dimensioni “sussidiarie” della finanza potrebbe comportare perdite collettive intangibili superiori a quelle monetarie individuali. Il secondo anno (o atto) della crisi subprime comincia così.

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