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FINANZA/ Il salvataggio di Lehman? Più importante la Deutsche Bank “postina”

Deutsche Bank è in pole-position per aggiudicarsi Postabank, la struttura di servizi finanziari della Deutsche Post, che l’ha prima quotata in Borsa e ora ne ha messo in vendita il 50,1%

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Al di là del rosario di nomi di possibili “cavalieri bianchi” gettati nella fornace mediatica - l’ultimo è quello della britannica Barclays Bank - il salvataggio annunciato di Lehman Brothers non promette novità di rilievo. Non è più una notizia inaudita che una regina ultracentenaria di Wall Street possa crollare - è già accaduto mesi fa con Bear Stearns - né che le authority della patria del mercato cerchino in tutti i modi di evitare la sanzione classica del mercato (il fallimento). Non sarà - prevedibilmente - una novità la formula di pronto soccorso con cui il Tesoro americano e la Fed tamponeranno l’ennesima falla provocata dalla crisi dei subprime e dei derivati: stavolta probabilmente i fondi pubblici saranno un po’ meno (o forse un po’ più nascosti) rispetto ai 100 miliardi di dollari iniettati per salvare Bear Stearns, formalmente assorbita da JPMorganChase. Non sarebbe comunque una primizia l’intervento di un fondo sovrano asiatico, a fianco di una conglomerata banca assicurativa anglosassone (citatissima BankAmerica, la quale però non è ancora uscita allo scoperto).

Un autentico colpo di scena avverrebbe se il cavaliere bianco fosse una “vera” banca non americana e neppure inglese: ma quale tra i colossi del credito europei si avventurerebbe Oltre Atlantico ancora abbastanza alla cieca riguardo alle perdite celate nei conti Lehman? L’itali-tedesca UniCredit Group ha dimensione e prestigio (molto legato al nome del Ceo Alessandro Profumo) ma forse non è ancora l’ora per un reale “ribaltone” nella finanza globale: a Wall Street è ancora largamente più digeribile - per quanto indigesta - una razione di capitali asiatici o islamici, piuttosto che affidare uno snodo strategico a un centro decisionale del Vecchio Continente.

Curioso, al proposito, che una delle grandi banche europee più gradite alla finanza anglosassone - lo spagnolo Santander - in queste ore stia compiendo ogni sforzo sullo scacchiere tedesco, disinteressandosi di Lehman. L’obiettivo è Postabank, la struttura di servizi finanziari della Deutsche Post, che l’ha prima quotata in Borsa e ora ne ha messo in vendita il 50,1% per la definitiva privatizzazione. In pole position - anzi: a un passo dal traguardo - è comunque la Deutsche Bank, banca tedesca per antonomasia nonostante i rischi e i costi di alcune puntate recenti nei mercati della finanza strutturata. La Deutsche deve parare il colpo della recente fusione Commerz-Dresdner, avvenuta sotto l’egida del gigante assicurativo bavarese Allianz. E nel sistema-paese della Germania era abbastanza atteso che la privatizzazione di Postbank servisse per bilanciare il riassetto del comparto privato a favore di Deutsche. Ma qui la novità c’è tutta, anzi: ce n’è più d’una e non limitata al mercato tedesco, baricentrico nell’Unione europea.

La prima è la decisione di cedere l’ultima struttura finanziaria pubblica a un gruppo privato: i 14 milioni di clienti di Postbank saranno d’ora in poi gestiti dalla più privata e imprenditoriale delle banche tedesche. Il governo Merkel non ha certo bisogno dei 3 miliardi di euro che la Deutsche prevedibilmente pagherà per la prima tranche (29,7%) dell’acquisizione del controllo Postbank. La privatizzazione è strategica, viene realizzata “controcorrente” in un periodo in cui le quotazioni degli intermediari finanziari sono basse, e il privato non è molto di moda. Ma servirà a rafforzare un grande gruppo bancario nazionale, in una fase di debolezza e ristrutturazione del sistema (val solo la pena di notare che il Bancoposta italiano ha dimensioni paragonabili a quello tedesco ed è tuttora “immobile” sullo scacchiere finanziario). Ancora: il Governo torna a privilegiare il dinamismo del settore privato, in una fase in cui le Casse di risparmio (Lanfdesbanken e Sparkassen) controllate in chiave federale dai Lander danno segni di debolezza e mostrano di aver accusato più di altri i colpi della crisi internazionale. La “suasion” governativa è chiara: le Casse tedesche (che non hanno mai voluto affrontare in termini costruttivi una riforma come quella sviluppata in Italia, con la nascita delle Fondazioni e le fusioni accelerate tra banche pubbliche e private) vengono penalizzate nelle opportunità di crescita e sollecitate ad atteggiamenti meno localistici, meno pubblicistici e più imprenditoriali.

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