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BANCHE/ Unicredit e le mosse di Mediobanca, delle fondazioni e delle assicurazioni tedesche

La notizia di una fusione tra Mediobanca e Unicredit ha fatto capolino più volte negli ultimi tempi negli ambienti finanziari facendo schizzare i titoli dei rispettivi istituti in borsa. Quali saranno le prossime mosse di tutti gli attori in gioco?

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Una settimana fa questa rubrica raccoglieva i primi "rumor" attorno a una possibile integrazione tra UniCredit e Mediobanca, presumibile mossa d'avvio di un riassetto bancassicurativo post-crisi in Italia e in Europa. L'attenzione della Vigilanza della Banca d'Italia - che all'inizio dell'anno non aveva ancora rilasciato il nulla-osta alla ricapitalizzazione direttamente gestita da Mediobanca - confermava la delicatezza del passaggio. Nei giorni successivi - lungo tutta l'ultima settimana - Piazza Cordusio ha fatto notizia praticamente ogni giorno.

Dapprincipio l'ipotesi di fusione tra UniCredit e Piazzetta Cuccia è stata oggetto di smentita formale, insolitamente chiamata dalla Consob, a tamburo battente, il giorno dell'Epifania. Poi il presidente di Mediobanca, Cesare Geronzi, ha reso visita all'a.d. UniCredit, Alessandro Profumo, con il fine evidente di raffreddare un clima di accelerazione che sembrava avere il suo motore in Piazzetta Cuccia. Ma a stretto giro è stato annunciato anche un summit delle Fondazioni grandi azioniste di UniCredit (CariVerona, Crt, Carimonte Holding) con il fine presumibile di definire la strategia del gruppo e la sua governance: cioè chi dirigerà le mosse UniCredit. E sotto i riflettori è subito finita la poiszione del presidente tedesco Dieter Rampl. Quasi nelle stesse ore la Banca d'Italia ha finalmente dato via libera all'aumento di capitale UniCredit: autorizzando la banca a includere gli strumenti ibridi ("cashes") nel patrimonio di vigilanza "core tier 1"; e la garante Mediobanca a detenere in custodia il 6,6% di UniCredit di azioni collegate a quegli strumenti. Infine: nel weekend il Corriere della Sera ha rammentato che il 55% del capitale di UniCredit è collocato per gran parte presso investitori istituzionali. Il quotidiano non si è spinto a riferire la voce secondo cui una buona parte almeno di quelle azioni è collocato in piccole quote presso fondi e gestioni di Allianz e Munich Re, cioè dei due azionsiti stabili tedeschi di UniCredit dopo la fusione con Hvb: ma il riferimento all'eventualità che questi "soci istituzionali"possano presentare alla prossima assemblea una lista autonoma va chiaramente nel senso di prospettare una difesa del presidente Rampl contro i disegni dei grandi soci italiani: le Fondazioni e (ancora in "pectore") Mediobanca. A quest'ultima va peraltro agganciata la nuova quota del 4,9% della Libyan investment Authority , rilevata in autunno grazie ai buoni uffici di Tarak ben Ammar, il finanziere franco-tunisino consigliere di Mediobanca, legato sia al premier Silvio Berlusconi.

Lo scenario si presenta comunque molto complesso, anche tralasciando situazioni confinanti: come il confronto conclusivo tra la Banca d'Italia di Mario Draghi e l'Economia di Giulio Tremonti sul riassetto proprietario di Via Nazionale e sull'intervento pubblico nelle banche italiane; oppure come il salvataggio finale di Commerzbank, voluto dallo Stato tedesco e che costerà molto probabilmente un trimestre in rosso all'azionista Generali. Profumo, artefice della "success story" di UniCredit fino agli infortuni della crisi subprime, è certamente un po' indebolito, ma le sue responsabilità sono esclusivamente manageriali e del tutto non confrontabili per gravità con quelle (in molti casi penali) di suoi colleghi travolti sulle due sponde dell'Atlantico. Inoltre ha mostrato notevoli capacità di reazione, auto-salvando la banca con una ripatrimonializzazione interamente privata e cessioni di asset perfezionate prima che scadesse l'annus horribils. UniCredit non può considerarsi una banca già ristabilita dopo gli strapazzi del 2008, ma è viva e si regge sulle proprie gambe, il ché è quasi un'eccezione nel panorama delle grandi banche europee. E Profumo - val sempre la pena di ricoprdarlo - è per certi versi il manager scelto da Allianz e Munich Re per rimettere in sesto Hvb, la grande banca austro-bavarese andata in crisi già prima che i subprime dessero il colpo di grazia a chi aveva abusato dei cocktail di finanza e immobili.

La fretta delle Fondazioni italiane e di Mediobanca di "far qualcosa" per disincagliare Piazza Cordusio (si è parlato, ad esempio, di una presidenza affidata all'ex presidente delle Generali Gianfranco Gutty, oggi vice di Rampl per conto di CariVerona) potrebbe quindi scontarsi con il disegno origonario e di lungo periodo dell'esrtablishment tedesco (bavarese in particolare): "prestare" Hvb a un gruppo italiano unicamente in virtà delle doti di ristrutturatore di Profumo, della durezza del riassetto in cantiere e - non da ultimo - della pionieristica proiezione di UniCredit verso i paesi dell'Est Europa, che l'Azienda Germania considera "mercato domestico".

Al di là degli aspetti formali (la presidenza Rampl sarebbe blindata fino al 2010 da patti tra soci all'epoca della fusione UniCredit-Hvb), lo stesso Governatore Draghi - "mercatista" e "globalista" presumibilmente non gradirebbe una "re-italianizzazione" di UniCredit: l'unica vera banca transfrontaliera in Europa. D'altro canto, la fusione UniCredit-Mediobanca rischia di incontrare le medesime resistenze che hanno già sabotato altri progetti di super-banca italiana: la Super-Bin messa in cantiere da Mediobanca fra le sue tre storiche Bin azioniste, poi la doppia Opa fallita di UniCredit su Comit e di Sanpaolo su Bancaroma; poi - ancora il merger UniCredit-Intesa. Una concentrazione capace di fornire a Mediobanca una gigantesca rete di sportelli e di consolidare controllo e allenanze di Generali difficilmente può piacere alle altre autorità del paese, considerando anche le ricadute su altre realtà come Rcs e Telecom. E vero che :la leadership del Governatore Draghi non è al suo top e che, viceversa, il premier Silvio Berlusconi appare "dominus" quasi incontrastato sugli equilibri ne paese ed è, tra l'altro, soci diretto di Mediobanca.

Quel che è certo è che fino alle elezioni europee, UniCredit-Mediobanca è un'ipotesi sul tappeto e che le spinte post-crisi metteranno a dura prova la volontà (altrettanto certa) degli azionisti tedeschi di supportare Profumo per proteggere di fatto il loro "call" a lung termine su quella che ha buone probabilità di riemergere come uno dei grandi player finanziari della Ue.

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