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FINANZA/ Generali e Mediobanca, un nuovo risiko di potere

La presidenza di Antoine Bernheim in Generali sembra giunta al capolinea. Chi gli succederà? E ci saranno cambiamenti anche in Mediobanca?

Generali_LogoR375.jpg(Foto)

Gli equilibri di controllo delle Generali sono da tempo una categoria astratta. Se ne parla ormai anche a Natale (lontani ancora dall’assemblea “pasquale” di Trieste) perché i pronostici su una presidenza perennemente “in scadenza” (anche quando magari formalmente non lo è) rappresentano un vero termometro dei rapporti all’interno di una grande finanza italiana, al confine di quella internazionale.

 

Un mondo (e un’istituzione) che resiste da quasi due secoli (saranno festeggiati, in teoria, nel 2031) a dispetto di guerre e crisi globali. Che ne sarà allora del Leone all’inizio del decennio dell’exit strategy?

La presidenza di Antoine Bernheim sembra veramente giunta al capolinea. Non solo e non tanto per gli 84 anni del finanziere francese, presente dal 1973 nel board Generali: da quando cioè la grande compagnia - di fatto senza azionisti di riferimento - ritrovò in Lazard la sua antica radice ebraica e in Mediobanca il più solido degli agganci nella finanza bancocentrica italiana, più pubblica che privata.

Quel mondo è finito da tempo: perfino Lazard non è più la maison israelita e cosmopolita, ma basata a Parigi, che vide crescere Bernheim: dietro a lui ci sono businessmen come Vincent Bolloré e Tarak ben Ammar. Uomini a loro agio in molti Palazzi del potere (a partire dall’Eliseo di Nicolas Sarkozy), a cavallo di molti confini e nei settori più disparati e strategici (dalla bancassicurazione ai media, all’industria innovativa come Pininfarina): forse in grado di trattare lauti guadagni nella cessione delle loro partecipazioni, non di imporre la loro leadership all’establishment politico-finanziario di un paese come l’Italia.

In Mediobanca, scomparsi Enrico Cuccia e Vincenzo Maranghi, c’è Cesare Geronzi. L’ex presidente di Capitalia - anche se alla lontana - è un po’ erede di un mondo creditizio “centauro”, un po’ pubblico e po’ nazionale: che sembrava cancellato dalla finanza globale e che sta invece tornando un po’ in auge ovunque, con gli Stati richiamati loro malgrado a salvare le grandi banche.

Ammesso che oggi Cuccia potesse avere l’autorevolezza assoluta del suo tempo, Geronzi non è comunque una controfigura del banchiere di Via Filodrammatici: non fosse altro che per il coinvolgimento processuale in vicende giudiziarie non trascurabili come Parmalat. Geronzi è certamente il candidato numero uno per la successione di Bernheim: ha alle sue spalle il “suo” socio UniCredit, primus inter pares tra gli azionisti di Mediobanca, alla quale è ormai legato quasi orizzontalmente dopo due operazioni di ricapitalizzazione.

Per di più l’uomo forte italiano tra gli azionisti di Piazza Cordusio (il vicepresidente Fabrizio Palenzona, che rappresenta la Fondazione Crt) è da sempre vicino a Geronzi (come Salvatore Ligresti), al centro di un network di interessi forti nel paese, dalle autostrade agli aeroporti. Ancora, nell’azionariato delle Generali si sta continuamente rafforzando il gruppo Caltagirone, simbolo di un’impreditoria romana (Acea) alla ricerca di spazi su scacchieri più importanti (da Mps a Rcs). Basteranno a Geronzi (a dispetto di tutte le smentite di rito) per traslocare a Trieste?


COMMENTI
28/12/2009 - Generali o Mediobanca? (celestino ferraro)

Se Dio è morto, che ci fanno tutti questi santoni in Piazzetta Cuccia?