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BANCHE/ Le Popolari di Milano e Verona cambiano i vertici. Si volta pagina?

Sabato 25 aprile 2009, le assemblee delle Popolari di Milano e Verona hanno cambiato i vertici. Confermando che non esiste solo il modello delle banche Usa, ma anche quello delle banche del territorio italiane. Ma per salvarsi davvero l’obbligo è di vincere le prossime partite

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Cinquemilatrecento presenti a Milano, 5.700 a Verona, 3.500 a Vicenza. In un sabato festivo di primavera quasi 15mila soci di Popolari del Nord non hanno voluto rinunciare all'appuntamento assembleare con le “loro” banche. Eppure, in questo scorcio di 2009, nessuna convention si annunciava come un consueto, compiaciuto “social party” di stagione, completo di incasso di cedola e computo della capitalizzazione di pacchetti di azioni gelosamente tramandati in famiglia. Tutt'altro: a Verona, ad esempio, il menu per la platea sociale del Banco Popolare (erede della Verona, della Novara, della Lodi e del Banco di San Geminiano e San Prospero) prevedeva il primo bilancio in rosso della storia; la discussione sul cambio traumatico dell'amministratore delegato (Pierfrancesco Saviotti al posto di Fabio Innocenzi) e gli strascichi di un caso da cronaca giudiziaria come quello di Banca Italease.

A Milano (dove come a Verona il titolo - quotato in Borsa - ha visto più che dimezzare il suo valore dall'inizio della Grande Crisi) è andato in scena l'ennesimo ricambio brusco di presidente (da Roberto Mazzotta a Massimo Ponzellini) circondato dal solito clamore mediatico sulla governance delle grandi cooperative bancarie e sull'intrusività di politica e sindacati. A Vicenza, una parte consistente del dividendo è stata distribuita in azioni e il presidente Gianni Zonin si è dovuto impegnare a fondo per spiegare che il parziale sacrificio ai soci era imposto dalla necessità di rafforzare la struttura patrimoniale dell'istituto e sostenere così i flussi di credito alle imprese sul territorio: ciò che in una Popolare è poi storica mission strategica.

Ovunque, nei dintorni delle assemblee si aggirava un convitato di pietra: lo Stato. L'ingresso del Tesoro nelle grandi Popolari attraverso la sottoscrizione di “Tremonti-bond” è all'ordine del giorno, anche se non si è ancora concretizzato (resta la possibilità che alla fine non si realizzi). Forse anche per questo il “popolo” delle Popolari non ha disertato le assemblee: come invece hanno fatto (anche nelle Popolari italiane) decine di hedge fund in fuga rovinosa dai mercati che precipitavano e in particolare dalle banche che franavano di qua e di là dell'Atlantico. Però non è un argomento decisivo per decretare la “vittoria” della proprietà più classica delle Popolari: e non chiaro se i piccoli soci (i dipendenti alla Milano, soprattutto i piccoli e medi operatori economici a Verona e Vicenza) si siano arroccati a difesa del passato o abbiano voluto marcare una “imprescindibilità attiva” per il presente e per il futuro.

Da un lato (è il caso della Bpm) un confronto assembleare franco - in questo esemplare - non basta da solo a cancellare l'endemica tensione tra i dipendenti sindacalizzati e i presidenti di calibro che si alternano con due costanti preoccupazioni: mantenere una governance sana (soprattutto rispetto agli standard chiesti dalle autorità di vigilanza) e superare le resistenze strutturali a una crescita per fusioni o altre aggregazioni “orizzontali”. A Verona, invece, il problema sviscerato (altrettanto compostamente) in assemblea è stato l'opposto: una crisi di crescita forse troppo focalizzata sul nuovo “obiettivo di mercato” (l'aumento del valore dell'azione in Borsa) e non sufficientemente sull'integrazione organizzativa e sul rilancio del “modello Popolare” su scala nazionale. Da qui è nata, tra l'altro, la “smagliatura” nella supervisione interna che ha portato la piccola controllata Italease a giocare sul terreno della finanza strutturata come i giganti collassati di Wall Street. Vicenza è, tra le Popolari meno grandi, quella che forse più di tutte ha cercato di correre in verticale (fino all'ipotesi di ingresso nel patto Mediobanca), senza però poter mai contare del tutto sulla compattezza della base locale di soci.

Mentre i G8 si alternano ai G20 nel suggerire a getto continuo ricette per guarire il sistema bancario internazionale, le Popolari italiane e il loro “popolo” non possono pensare che la crisi globale passi così come - nella storia ultracentenaria di molti istituti cooperativi - si sono superate guerre mondiali o altri rovesci dell'agricoltura locale piuttosto che del commercio mondiale. Il pressing delle authority (prevedibilmente di nuovi soggetti di vigilanza sovranazionale) proseguirà e non è detto, d'altronde, che gli investitori istituzionali sopravvissuti vedranno nei titoli delle Popolari italiane gli asset-rifugio che le hanno rese appetibili nel loro primo approccio ai listini azionari. Popolare non è più sinonimo automatico di “prudente gestione” e, d'altra parte, la ristrutturazione dei sistemi bancari potrebbe essere meno rispettosa che in passato degli steccati, delle identità, delle nazionalità. Sabato 25 aprile 2009, invece, ha confermato che non esistono solo banche americane dove i top manager s'impiccano (anche se dopo aver incassato un bonus di 800mila dollari finanziato dagli aiuti pubblici), ma restano anche banche del territorio italiane attorno alle quali i soci fanno quadrato prima che crollino magari facendo anche la voce grossa con presidenti e direttori generali. Però è al massimo una “vittoria ai punti”: poco più che un pareggio, con l'obbligo di vincere le prossime partite per salvarsi davvero e di preparare in modo assai diverso il prossimo campionato.

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