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BORSE E BANCHE/ Dalla Germania una “spinta” per il riassetto europeo: che farà Intesa Sanpaolo?

Cosa si muove tra Stati e Banche per uscire dalla Grande Crisi? GIANNI CREDIT lo spiega ai lettori de ilsussidiario.net

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Questa nota settimanale riprende (almeno in questa prima uscita di luglio) il suo titolo originario, non perché sia giunto il momento di archiviare "Finanza oltre la crisi", pressoché fisso da almeno un anno. Il nuovo no del'Antitrust italiano al patto fra Generali e Crédit Agricole negli assetti di controllo di Intesa Sanpaolo - oggetto delle brevi note che seguono - sembra tuttavia un'avvisaglia tra altre dell'exit dalla Grande Crisi: una fase che questa nota ha talora già ipotizzato e che sarà prevedibilmente non lineare come lo sono stati i due anni che stanno per scadere dall'iniziale crack della britannica Northern Rock. Quando la cronaca degli ultimi giorni segnala il primo via libera del Parlamento tedesco alla nascita delle "bad bank" e quando uno dei grandi gruppi europei falliti lo scorso autunno (la belga-olandese Fortis) si dice pronta a restituire subito una trentina di miliardi di euro di aiuti statali (sulla scia delle impazienti investment bank di Wall Street), comincia a essere evidente che il sistema bancario europeo vuole accelerare verso la spiaggia del "Bau" (Business as usual): un (almeno apparente) ritorno alla normalità, con l'illusione (o l'auto-convincimento) che la Grande Crisi sia stata in realtà non più che un pur gigantesco "incidente di percorso". Una tesi sostenuta con forza in Italia dal rettore della Bocconi Guido Tabellini: tesi confortante, assolutoria, tutt'altro che priva di implicazioni ideologiche sull'ammissibilità di crisi finanziarie periodiche, sulla liceità etico-politica di addossarne infine i costi a risparmiatori e cittadini-contribuenti.

Tornando "sul campo", le nuove bad bank tedesche in cantiere possono essere variamente giudicate: positivamente, anzitutto, da chi apprezza la decisione di Berlino di separare infine le "terre dalle acque" dopo il Diluvio universale dei subprime e dei derivati. Nessun sistema-paese finora l'ha fatto: la violenza della crisi ha in fondo facilitato i Governi ad aiutare i banchieri con sussidi diretti in conto capitale. Ora l'intendimento di "far chiarezza" sull'entità dei "titoli tossici" sembra davvero rispondere all'appello pressante di G-20 e Fmi (in particolare l'Fsf-Fsb guidato dal Governatore Bankitalia, Mario Draghi): stabilire definitivamente qual è il conto della crisi (l'ultima cifra finora è 4.100 miliardi di dollari); dare nomi, cognomi e indirizzi precisi alle perdite da smaltire presso le singole banche (o almeno i singoli paesi); programmare tempi e modi di ammortamento. Su quest'ultimo versante, la Germania ha assunto un primo orientamento che sta già facendo discutere: i titoli tossici verranno scorporati nelle "discariche" al valore del 30 giugno 2008. Valori precedenti al crack della Lehman Brothers e quindi alla fase terminale del collasso dei mercati. Poiché le "bad bank" godranno di altri aiuti pubblici o di trattamenti fiscali particolari, è evidente che le banche potranno liberarsi di titoli problematici (che oggi hanno valore nullo) attribuendo loro un valore, magari neppure simbolico. Le banche potranno quindi ridurre parecchio le perdite contabili, addossandole a strumenti di "incenerimento" che saranno di fatto finanziati o dallo Stato o dal sistema delle banche centrali. Le banche tedesche (alcune tuttora sotto il controllo pubblico federale del Land, indubbiamente poco vigili) potranno quindi riacquistare molta libertà di movimento: sia nella gestione che in possibili processi di riassetto interno. E la Germania è il paese europeo meno avanzato nelle fusioni e acquisizioni. I tre grandi comparti (Landesbanken-Sparkassen; Volksbanken e Raffaisenbanken cooperative e giganti privati come Deutsche Bank, Commerzbank e Dresdner Bank) non hanno avviato concentrazioni "miste" com'è invece accaduto in Italia già più di un decennio fa.

Intesa Sanpaolo - assieme a UniCredit - è invece il risultato del più compiuto processo di riaggregazione e privatizzazione del sistema bancario mai realizzato nell'Unione europea e nell'Eurozona. Intesa, in particolare, ha combinato la trazione di grandi istituti pubblici (Cariplo e Sanpaolo Torino), di grandi banche private come Comit e Ambroveneto, di un gigante statale dei finanziamenti industriali come l'Imi. Il gruppo presieduto da Giovanni Bazoli e pilotato dal Ceo Corrado Passera - al pari di UniCredit - ha attraversato la crisi finora senza necessità di aiuti pubblici. Anche per questo ha sofferto molto sul versante della quotazione in Borsa del titolo, che resta ancora al di sotto della metà dei livelli pre-crisi. Ed è - comprensibilmente ma in fondo paradossalmente - per questa ragione che Moody's ha messo sotto osservazione il suo rating assieme a quello di tutte le 21 maggiori banche italiane: la capacità di reggere con mezzi propri alla violenza della crisi è giudicata con più cautela rispetto al disinvolto ricorso per alcuni mesi al "pronto soccorso" degli aiuti pubblici.

La pesante svalutazione di Borsa del titolo Intesa Sanpaolo è stata d'altronde alla base della controversa decisione del Credit Agricole di vincolare il suo pacchetto (5,4%) a quello delle Generali (5%). Il "patto di consultazione" (un accordo parasociale particolarmente leggero) ha consentito al gruppo francese di mantenere la qualifica di "stabile, strategica" alla sua quota, evitando l'intero abbattimento del valore in bilancio (1 miliardi di euro). L'Antitrust italiano ha però eccepito di non poter accogliere nessuna deroga al piano approvato tre anni fa, quando fu decisa la fusione fra Intesa e Sanpaolo. Allora il Credit Agricole (non del tutto favorevole) fu "risarcito" con la cessione del gruppo CariParma, obbligandosi tuttavia a non aver più alcuna voce in capitolo in Intesa-Sanpaolo. Anche le Generali, dal canto loro, soffrirono una limitazione nella portata dalla loro alleanza "bancassicurativa" (distribuzione di prodotti assicurativi e di risparmio) presso l'intera rete Intesa. Il gruppo (che in passato era stato sempre governato da patti di sindacati rigidi, guidati da Bazoli) era così rimasto una "public company", con un solido presidio di fondazioni italiane (Cariplo, Sanpaolo, Cassa Padova, Cassa Bologna, Cassa Firenze) forti oggi del 25% circa della banca, ma senza collegamenti organici tra loro o con il gruppo Zaleski (che ha il un altro 5%). Sull'altro versante, Generali manteneva la sua posizione mista e l'Agricole la sua distinta situazione di "investitore finanziario".

Su questo sfondo la vicenda del patto Agricole-Generali, per quanto lunga e complessa, avrebbe avuto in teoria le caratteristiche per rimanere nell'ambito dei difficili aggiustamenti tecnici tra banche e authority nel pieno della Grande Crisi. Invece l'Antitrust italiano (che solo dal 2006 ha poteri pieni sulla concorrenza nel settore bancario) si è mostrato particolarmente fermo: e le stesse Fondazioni italiane hanno manifestato un irrigidimento crescente verso l'apparente finalità contabile, di breve periodo, del Credit Agricole. Il risultato è un'oggettiva chiusura da parte di una porzione importante del sistema bancario italiano (sostenuto da un'authority di primo livello) verso due giganti finanziari dell'Eurozona: uno francesissimo, l'altro a metà, essendo le Generali a presidenza transalpina (Antoine Bernheim) e in parte partecipata da soci francesi alleati del finanziere Vincent Bolloré. Più in sintesi: a Generali ed Agricole (pur storici alleati di Bazoli) è stato inviato un avvertimento inequivocabile. Manovre - anche superficiali e formali - negli assetti di controllo del più "italiano" tra i due colossi bancari nazionali, non sono ammesse. Una "pronuncia" che può avere un suo significato anche nei confronti nell'ingresso dei fondi libici in UniCredit. E sarà interessante capire quale sarà l'atteggiamento dell'autorità-regina sul sistema creditizio: la Banca d'Italia di Draghi. La quale ha invece lanciato alcune settimane fa un segnale apparentemente diverso, "liberalizzando" l'acquisto di quote azionarie in banche fino al 10%. Il mercato, per Draghi, resta sovrano nel decidere la proprietà e la contendibilità delle grandi aziende, banche, industrie, utility. Ma la stessa Gran Bretagna ha dissanguato le sue finanze pubbliche per puntellare le "sue" banche (da Lloyds a Royal Bank of Scotland). E ora la Germania ha rotto gli indugi e promosso un riassetto "nazionale" che potrebbe gettare le premesse ad aggregazioni transnazionali in Europa. Avvalorando, nel caso, l'esigenza di affidare alla Bce la nuova vigilanza sui grandi gruppi. 

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