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FINANZA/ La guerra delle banche: i nemici Tremonti e Padoa-Schioppa alleati contro Draghi

lunedì 18 gennaio 2010

Mentre Tremonti tuona tuttavia una volta di più contro la fine drammatica del «mercatismo trionfante», Padoa-Schioppa pare più laico e "liberista" quando sottolinea: «Per il contribuente che lo paga, il salvataggio è per lo più un buon affare, non una perdita. Ciò che egli compera vale assai di più del bassissimo prezzo pagato ed è destinato a rivalutarsi. I giganteschi utili che la banca centrale americana ha appena annunciato ne sono la riprova. E le banche centrali devono sapere (ma qualche volta se lo dimenticano) che i loro utili sono destinati non a se stesse ma alle casse dello Stato».

 

Una punzecchiatura al Governatore (ultraliberista) Mario Draghi, cui “Tps” dovette cedere il passo (non senza qualche legittima sofferenza) nella successione ad Antonio Fazio? Forse. Di certo l'ex membro anziano dell'esecutivo Bce non è tenero con le patrie del capitalismo finanziario di mercato quando nota: «I salvataggi sono avvenuti in paesi orgogliosamente predicanti le virtù magiche della proprietà privata e del libero mercato: Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania, Olanda, non in Italia, dove le banche si sono rafforzate con capitali privati». Una rivendicazione di merito soprattutto per la vecchia Bankitalia vigilante "di lungo periodo" sulla stagione delle privatizzazioni e delle aggregazioni.


Tremonti è invece preoccupato di difendere l'offerta di «strumenti di patrimonializzazione» pubblici che «alcune banche hanno utilizzato», altre (Intesa e UniCredit) hanno «rifiutato lo stesso giorno alla stessa ora». È su questo versante che i due inquilini "liberisti" di Via XX Settembre tornano distanti, a ben vedere a parti un po' rovesciate.


Padoa Schioppa difende ("da sinistra"?) l'autonomia dell'economia rispetto alla politica e allo Stato, la libertà del mercato finanziario di mantenere i suoi spazi e di trovare nuovi equilibri, naturalmente meritandoseli. E - sul tema sensibilissimo dei bonus ai banchieri - concorda che «azionisti, amministratori dirigenti» delle banche salvate avrebbero dovuto «perdere soldi e funzioni», ma avverte: «È da deplorare che ciò non sia sempre avvenuto. Ma nei casi in cui non è avvenuto la critica va rivolta al salvante più che al salvato. Spettava al potere pubblico distinguete tra continuità della banca e discontinuità della sua proprietà e del comando».

 

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COMMENTI
18/01/2010 - La guerra contro le banche (GIAN LUCA BARBERO)

Ormai va di moda sparare sulle banche, ma per lo meno bisognerebbe distinguere. In America le banche hanno una grossa responsabilità, non solo per aver concesso crediti ad alto rischio, ma perchè li hanno poi trasformati in titoli (spazzatura) e venduti ai portfolio manager di tutto il mondo. L'iniziativa del Presidente americano, che pretende i propri soldi, si inquadra forse nella sua anima, per così dire, populista. Anche perché deve cercare di finanziare in qualche modo le sue grandi riforme se non vuole perdere credibilità, già in bilico. In Italia, il sistema bancario ha retto piuttosto bene. Non so se sia opportuno continuare a minarne la credibilità sui mass media, spinti anche da lotte personali. In occasione del rifiuto dei "Tremonti Bond" -pur elogiati dal francese Attali- da parte di Unicredito ed Intesa Sanpaolo, il super ministro commentò che si trattava di uno "sgrabo alle imprese". Perché? Forse per il rifiuto delle sue clausole capestro, non grate agli azionisti delle banche, prima ancora che ai loro manager? A me sinceramente sono sembrati un espediente per rimettere mano ad un sistema di finanziamento delle casse dello Stato (occorrerebbe parlare di "ristatalizzazione"), unitamente ad ardite manovre fiscali, non certo rispettose di chi paga regolarmente le tasse. Gian Luca Barbero