lunedì 18 gennaio 2010
I due ministri italiani dell'Economia che hanno affrontato la Grande Crisi hanno parlato entrambi, ieri, sui grandi quotidiani. E se Tommaso Padoa-Schioppa ha focalizzato il suo editoriale sui nodi della ristrutturazione bancaria ormai giunti al pettine di una politica e di un'opinione pubblica sempre più polemiche, anche il suo successore Giulio Tremonti ha riservato allo stesso tema i passaggi più qualificati in una lunga intervista. È difficile decidere, leggendoli in parallelo, se siano più numerosi i punti di convergenza o più interessante la natura odierna delle differenze di vedute: certamente irriducibili fra il tecnocrate di Romano Prodi (economista della sinistra laica, allievo di Carlo Azeglio Ciampi in Bankitalia, Consob e Bce) e il superministro di Silvio Berlusconi, giurista-professionista del Grande Nord, da sempre in rapporto privilegiato con la Lega di Umberto Bossi. Ma un rinnovato confronto sul campo tra due diversi portabandiera liberali della cultura politico-economica italiana ha avuto di per sé un valore non episodico. Ambedue si sono ritrovati a commentare la dura presa di posizione del presidente americano Barack Obama, che ha ruvidamente preteso indietro i suoi soldi (120 miliardi di dollari) dalle banche Usa salvate con gli aiuti pubblici e ha tuonato contro profitti e superbonus attesi già nei bilanci 2009 dei colossi di Wall Street. Sia “Tps” che Tremonti sono limpidi nel riassumere l'origine e lo sviluppo dei grandi "bailouts". «Era giusto salvare le banche? - si chiede Padoa-Schioppa sul Corriere della Sera - In condizioni normali la risposta è no. Se è cronicamente incapace di fare utili, qualunque impresa, anche se banca, deve uscire dal mercato [...]. Il fallimento è un modo di uscire, non l'unico né sempre il migliore [...]. Le condizioni del 2008, però, non erano normali: stava crollando non una banca, ma la funzione bancaria stessa [...]. Se la moneta cessa di circolare e nessuno fa più credito a nessuno ogni economia basata sullo scambio crolla e ricostruirla è arduo. Il perdurare del panico avrebbe moltiplicato a dismisura le vittime innocenti: risparmi e posti di lavoro perduti. In quelle circostanze l'interesse a salvare le banche era generale prima che dei banchieri». Tremonti, al Sole 24 Ore, sospende inizialmente il giudizio sul salvataggio delle «banche sistemiche». «Un'alternativa era certamente quella del "Chapter 11": salvare la parte di finanza collegata all'economia reale, alle imprese e alle famiglie, e lasciare marcire gli asset marci». Il giudizio finale è però netto: «Credo anche che non sia giusto, generoso o corretto criticare quello che sotto la pressione degli eventi, è stato fatto nel paese epicentro della crisi. Le banche americane erano davvero sistemiche e c'era davvero il rischio che saltasse tutto». Per entrambi, dunque, c'è un dovere dello Stato a salvare le banche, che non è certo un diritto di banche e banchieri a essere salvati (soprattutto se - lo nota Tps - ci sono chiari segni di «cattiva gestione»). Il ministro in carica, d'altronde, «sta con Obama» senza esitazioni quando la Casa Bianca «presenta il conto alle banche»: è un «punto di equilibrio tra il realismo finanziario e la pressione dell'opinione pubblica» ed è corretta «l'idea che chi è stato salvato con il denaro pubblico restituisca il denaro che ha ricevuto con il sovrappiù di benefici per il sistema». CONTINUA A LEGGERE L'ARTICOLO CLICCANDO IL PULSANTE >> QUI SOTTO
I due ministri italiani dell'Economia che hanno affrontato la Grande Crisi hanno parlato entrambi, ieri, sui grandi quotidiani. E se Tommaso Padoa-Schioppa ha focalizzato il suo editoriale sui nodi della ristrutturazione bancaria ormai giunti al pettine di una politica e di un'opinione pubblica sempre più polemiche, anche il suo successore Giulio Tremonti ha riservato allo stesso tema i passaggi più qualificati in una lunga intervista.
È difficile decidere, leggendoli in parallelo, se siano più numerosi i punti di convergenza o più interessante la natura odierna delle differenze di vedute: certamente irriducibili fra il tecnocrate di Romano Prodi (economista della sinistra laica, allievo di Carlo Azeglio Ciampi in Bankitalia, Consob e Bce) e il superministro di Silvio Berlusconi, giurista-professionista del Grande Nord, da sempre in rapporto privilegiato con la Lega di Umberto Bossi. Ma un rinnovato confronto sul campo tra due diversi portabandiera liberali della cultura politico-economica italiana ha avuto di per sé un valore non episodico.
Ambedue si sono ritrovati a commentare la dura presa di posizione del presidente americano Barack Obama, che ha ruvidamente preteso indietro i suoi soldi (120 miliardi di dollari) dalle banche Usa salvate con gli aiuti pubblici e ha tuonato contro profitti e superbonus attesi già nei bilanci 2009 dei colossi di Wall Street.
Sia “Tps” che Tremonti sono limpidi nel riassumere l'origine e lo sviluppo dei grandi "bailouts". «Era giusto salvare le banche? - si chiede Padoa-Schioppa sul Corriere della Sera - In condizioni normali la risposta è no. Se è cronicamente incapace di fare utili, qualunque impresa, anche se banca, deve uscire dal mercato [...]. Il fallimento è un modo di uscire, non l'unico né sempre il migliore [...]. Le condizioni del 2008, però, non erano normali: stava crollando non una banca, ma la funzione bancaria stessa [...]. Se la moneta cessa di circolare e nessuno fa più credito a nessuno ogni economia basata sullo scambio crolla e ricostruirla è arduo. Il perdurare del panico avrebbe moltiplicato a dismisura le vittime innocenti: risparmi e posti di lavoro perduti. In quelle circostanze l'interesse a salvare le banche era generale prima che dei banchieri».
Tremonti, al Sole 24 Ore, sospende inizialmente il giudizio sul salvataggio delle «banche sistemiche». «Un'alternativa era certamente quella del "Chapter 11": salvare la parte di finanza collegata all'economia reale, alle imprese e alle famiglie, e lasciare marcire gli asset marci». Il giudizio finale è però netto: «Credo anche che non sia giusto, generoso o corretto criticare quello che sotto la pressione degli eventi, è stato fatto nel paese epicentro della crisi. Le banche americane erano davvero sistemiche e c'era davvero il rischio che saltasse tutto». Per entrambi, dunque, c'è un dovere dello Stato a salvare le banche, che non è certo un diritto di banche e banchieri a essere salvati (soprattutto se - lo nota Tps - ci sono chiari segni di «cattiva gestione»).
Il ministro in carica, d'altronde, «sta con Obama» senza esitazioni quando la Casa Bianca «presenta il conto alle banche»: è un «punto di equilibrio tra il realismo finanziario e la pressione dell'opinione pubblica» ed è corretta «l'idea che chi è stato salvato con il denaro pubblico restituisca il denaro che ha ricevuto con il sovrappiù di benefici per il sistema».
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Ormai va di moda sparare sulle banche, ma per lo meno bisognerebbe distinguere. In America le banche hanno una grossa responsabilità, non solo per aver concesso crediti ad alto rischio, ma perchè li hanno poi trasformati in titoli (spazzatura) e venduti ai portfolio manager di tutto il mondo. L'iniziativa del Presidente americano, che pretende i propri soldi, si inquadra forse nella sua anima, per così dire, populista. Anche perché deve cercare di finanziare in qualche modo le sue grandi riforme se non vuole perdere credibilità, già in bilico. In Italia, il sistema bancario ha retto piuttosto bene. Non so se sia opportuno continuare a minarne la credibilità sui mass media, spinti anche da lotte personali. In occasione del rifiuto dei "Tremonti Bond" -pur elogiati dal francese Attali- da parte di Unicredito ed Intesa Sanpaolo, il super ministro commentò che si trattava di uno "sgrabo alle imprese". Perché? Forse per il rifiuto delle sue clausole capestro, non grate agli azionisti delle banche, prima ancora che ai loro manager? A me sinceramente sono sembrati un espediente per rimettere mano ad un sistema di finanziamento delle casse dello Stato (occorrerebbe parlare di "ristatalizzazione"), unitamente ad ardite manovre fiscali, non certo rispettose di chi paga regolarmente le tasse. Gian Luca Barbero
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