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lunedì 25 gennaio 2010
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Il secondo semestre del 2009, assieme a timidi segnali di ripresa, ha apparentemente portato con sé anche un clima di ritrovata stabilità sui mercati finanziari. Tanto che i primi risultati dell'anno secondo della Grande Crisi sono stati anche migliori delle attese. Ma proprio la presenza di profitti - in banche tuttora sorrette da sussidi statali - ha rinfocolato una vasta opinione pubblica ancora molto negativa. In un'America non meno popolata di disoccupati e "homeless" indebitati dell'Europa, nessuno vuole sentirsi dire che «la crisi è finita» e che il business finanziario sta riprendendo «as usual» dagli stessi banchieri che si stanno autoassegnando lauti bonus.
E' stato questo a punire Obama nella storica roccaforte democratica della famiglia Kennedy? Quel che è certo è che la Casa Bianca lo crede. O come minimo ha subito approfittato del delicato passaggio politico per riprendere l'iniziativa sul sistema finanziario un po' troppo convinto di averla "fatta franca". E le parti, con l'Europa, si sono così capovolte. A quasi un anno dal G-20 di Londra, è ora l'America ad "avere fretta" di smontare le banche sistemiche "troppo grandi per fallire" e di separare l'attività bancaria legata all'economia reale (risparmio delle famiglia e credito alle imprese) dalla finanza di rischio di Wall Street.
E la Merkel, prontamente, ricorda a Washington che l'Europa ne è convinta dal primo giorno. Solo una settimana fa, il ministro italiano Gulio Tremonti, grande teorico dei "legal standard", ricordava polemicamente in un'intervista al Sole 24 Ore che proprio Geithner aveva sbrigativamente respinto l'idea di un trattato internazionale per ridefinire la supervisione finanziaria. Ora, dopo l'accelerazione di Obama, è Geithner a essere spiazzato e a rischiare probabilmente il posto, guardato con sospetto come troppo amico dei colossi di Wall Street.
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Sottoscrivo in pieno quanto espresso da Romano Calvo. L'ultima cosa che ci serve ora è Draghi (o chi come lui) in Europa. Non lo voglio vedere in giro, Draghi
Sì è vero, l'impegno di Corriere della Sera e del ministro Sacconi in favore della candidatura di Draghi alla BCE, spiegano le difficoltà sorte attorno al suo nome in sede europea. Difficoltà più che legittime, dal momento che Draghi è l'uomo della Goldman Sachs in Italia e rischierebbe di esserlo anche alla BCE. Come italiani dovremmo tutti auspicare un nuovo governatore della BCE determinato a mettere finalmente le mani sulla riforma del sistema bancario europeo, senza condizionamenti da parte della finanza americana.In questo senso i nomi tedeschi che circolano, sono tutti meglio di Draghi. romano.calvo@libero.it
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