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FINANZA/ Il futuro di Mediobanca tra Unicredit e Ligresti

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A vantaggio di Sergio Ermotti giocherebbe invece la conoscenza effettiva della complicata esposizione del gruppo in asset problematici, in via di lungo risanamento. Fuori gioco - tra i tre “deputy Ceo” di Profumo - rimarrebbe così Paolo Fiorentino, che sconterebbe fra l’altro la forte sintonia con Geronzi all’indomani della fusione UniCredit-Capitalia; nonché un ruolo di “banchiere corporate” che sta diventando sempre più difficile interpretare: eguali problemi ha, in prospettiva, il “gemello” Gaetano Micciché in Intesa Sanpaolo.

 

L’UniCredit di Ghizzoni, in ogni caso, è già ripartita dall’ennesimo “lunedì di Tremonti”. L’amministratore delegato di Piazza Cordusio è stato infatti subito cooptato nel club informale dei leader di banche e Fondazioni che il ministro dell’Economia riunisce periodicamente a Milano. E che conferma il ritorno oggettivo - anche in Italia - di forti interdipendenze tra banche, istituzioni e politica. Il quadro in cui Mediobanca è nata e ha segnalato e condizionato i cambiamenti negli equilibri di potere reale del Paese. Tanto che è stato il giornale tradizionalmente “protetto” di Mediobanca - il Corriere dalla Sera - a rompere gli indugi, certificando il “cancellierato di fatto” di Tremonti in un governo a leadership declinante e senza più una chiara base parlamentare.

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