BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

Rubriche

FINANZA/ Consob a Milano? La rivoluzione si chiama Tar

GIANNI CREDIT commenta la corsa alla presidenza della Consob, che potrebbe anche trasferirsi da Roma a Milano

consob_insegna_romaR400.jpg(Foto)

Non deve sorprendere che il milanesissimo vicepresidente-vicario-reggente della Consob, Vittorio Conti, si stia facendo paladino del mantenimento della sede della Commissione a Roma: le sue chance (non molte, ma non nulle) di risolvere a suo favore la lunga impasse per la successione di Lamberto Cardia al vertice della Commissione di Borsa, a questo punto, sono legate al tacito supporto di una struttura di funzionari spaventati dall’ipotesi di trasferimento a Milano.

Ipotesi tutt’altro che peregrina, allorquando il dossier Consob viene attratto ogni giorno di più in un pacchetto di “ristrutturazioni” di primo livello attese nel sistema istituzionale. E l’authority dei mercati offre un’opportunità d’eccellenza: simbolica e sostanziale allo stesso tempo nel togliere a Roma per dare a Milano un pezzo di potere reale nel paese.

Capita così che un economista della Cattolica come Conti, per anni capo dell’ufficio studi della Banca Commerciale Italiana, denunci la sua età, quanto meno politico-culturale: quella in cui (dagli anni Trenta fino agli anni Novanta dello scorso secolo) era definita la divisione del lavoro – e dei poteri – in un’Azienda-Paese abbastanza chiusa: a Milano stavano le “banche d’interesse nazionale” che controllavano Mediobanca ma erano controllate dall’Iri. E la maggiore holding statale era punto di raccordo romano con l’esecutivo e le forze politiche.

A Milano, Enrico Cuccia – ex funzionario dell’Iri e del Ministero delle Colonie – era il “dominus” del “capitalismo senza capitali”. A Roma il Governatore della Banca d’Italia di turno (da Donato Menichella a Mario Draghi passando per Carli, Baffi, Ciampi – non Fazio) era il garante del rispetto minimo degli standard di mercato e della vicinanza alla finanza euratlantica.