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FINANZA/ Se il Sig. Fiat entra anche in Banca...

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La liberalizzazione della finanza ha comunque segnato l’avvento, in banca, di decine di migliaia di addetti commerciali: alcuni ancora interni alle filiali, altri esterni. Promotori finanziari e “mediatori creditizi” (quasi 200mila al giro di boa della riforma dello scorso luglio) hanno esternalizzato una parte di queste funzioni, mentre l’outsourcing di altre strutture organizzative ha portato molte figure “non finanziarie” fuori dal contratto bancario.

 

Per chi è rimasto allo sportello, in ogni caso, l‘imperativo professionale sostanziale è diventato “vendere “, o “far consulenza” in qualifiche più a valore aggiunto. Il bancario, in ogni caso, si è trovato a essere un costante addetto alla vetrina di un mercato in cui il rischio finanziario veniva strutturalmente diffuso grazie alla logica della cartolarizzazione. Una parte dei guasti della grande crisi sono nati anche in grandi banche commerciali, in cui i budget di vendita di “prodotti finanziari” (mutui, carte revolving, strumenti di risparmio gestito, perfino credito alle imprese) sono rimasti senza più una corretta valutazione del rischio nel momento in cui la banca stessa lo ri-esternalizzava.

 

Ora, con i bilanci ancora carichi di sofferenze e prodotti illiquidi e con i patrimoni assottigliati, le banche rimettono mano al costo del lavoro per tenere i conti economici sopra la linea di galleggiamento. I mercati propongono poco graditi “rendimenti zero” nel mare di liquidità che ancora tiene sotto terapia la ripresa. L’alternativa è la volatilità dei tassi greci o irlandesi quando una bolla locale scoppia. Quante decine di migliaia di bancari cinquantenni saranno espulsi in tutt’Europa per abbattere il costo? E quale logica industriale potrà sostenere un'ennesima “rupture” professionale nel settore?