lunedì 1 febbraio 2010
Da Davos, la tecnocrazia globalista ha reso più palese la sua exit-strategy difensiva, di retroguardia e controffensiva, in ultima analisi, di auto-tutela dei poteri-interessi costituiti dell'industria finanziaria messi strutturalmente in discussione dalla Grande Crisi. Le proposte “condivise” avanzate da Mario Draghi, governatore della Banca d'Italia e leader del Financial Stability Board, sono certamente quelle di un candidato: ma non più - chiaramente - al vertice della Bce, quanto a una nuova «super-authority o super-agenzia sovranazionale per limitare i rischi di nuovi crack bancari sistemici o per gestirli in modo ordinato». A tal fine - ha prospettato Draghi dopo un incontro con il presidente uscente della Bce, Jean Claude Trichet e altri capi di grandi “banche sistemiche” - la nuova authority dovrebbe essere dotata di «capitali, budget e strutture» e la prima e principale forma di finanziamento sarebbe una sorta di «autotassazione delle banche sistemiche». Il modello in sé è semplice, chiaro e assai poco innovativo: ha la matrice del Fondo monetario internazionale (di cui l’Fsb è emanazione) creato dopo gli accordi di Bretton Woods per stabilizzare l'economia reale nel dopoguerra. Allora a produrre “rischi sistemici” non erano le grandi banche ma gli Stati; e il terreno di gioco (limitato a Usa ed Europa occidentale) non erano i capital markets globali, ma gli scambi commerciali, attraverso un dedalo di singole valute. La Gran Bretagna e (quasi subito da soli) gli Stati Uniti (tuttora è vero “azionista di controllo” del Fmi) crearono una specie di piccola Onu dell'economia capitalista che (com'è avvenuto praticamente fino a oggi) ha svolto vari compiti: tenere sotto controllo conti pubblici e privati delle singole economie; produrre periodicamente outlook globalisti di fatto vincolanti e (per l'appunto) gestire crisi valutarie e finanziare, esercitando un'influenza soprattutto sugli Stati del Terzo e Quarto Mondo, molti dei quali poi via via emersi. I contributi al Fondo e i cosiddetti “diritto speciali di prelievo” sono stati i meccanismi operativi di questa stanza di compensazione che ora il “mondo Fmi” vuole clonare e reimporre ai sistemi bancari e ai mercati finanziari. L'ipotesi di allargamento-rimescolamento delle carte del Fmi (seguendo la scia della governance G-20 e aprendo ai “Bric”) dovrebbe annacquare un po' - almeno negli intenti apparenti - l'idea che l'America della Casa Bianca e di Wall Street voglia riprendere saldamente il timone delle operazioni sugli scacchieri finanziari. Per la verità “l'authority-fondo” lanciata da Draghi a nome del Fmi-Fsb ha un riferimento interessante anche nei molti fondi di assicurazione dei depositi avviati da decenni da molti sistemi bancari nazionali (l'Italia ne ha due: uno delle banche di deposito e l’altro creato recentemente dalle banche di credito cooperativo, che hanno varato anche un fondo di garanzia per gli obbligazionisti e ora un fondo di garanzia incrociato “sistemico”). Però la loro funzionalità è limitata al risparmio bancario diretto e non ai nuovi giganteschi aggregati di strumenti finanziari di mercato; e poi perfino un paese come la Germania, due anni fa, ha dovuto comunque ricorrere alla garanzia statale totale per tranquillizzare i cittadini-risparmiatori e consentire alle banche di tornare all'operatività. PER CONTINUARE A LEGGERE L'ARTICOLO, CLICCA SUL SIMBOLO >> QUI SOTTO
Da Davos, la tecnocrazia globalista ha reso più palese la sua exit-strategy difensiva, di retroguardia e controffensiva, in ultima analisi, di auto-tutela dei poteri-interessi costituiti dell'industria finanziaria messi strutturalmente in discussione dalla Grande Crisi.
Le proposte “condivise” avanzate da Mario Draghi, governatore della Banca d'Italia e leader del Financial Stability Board, sono certamente quelle di un candidato: ma non più - chiaramente - al vertice della Bce, quanto a una nuova «super-authority o super-agenzia sovranazionale per limitare i rischi di nuovi crack bancari sistemici o per gestirli in modo ordinato».
A tal fine - ha prospettato Draghi dopo un incontro con il presidente uscente della Bce, Jean Claude Trichet e altri capi di grandi “banche sistemiche” - la nuova authority dovrebbe essere dotata di «capitali, budget e strutture» e la prima e principale forma di finanziamento sarebbe una sorta di «autotassazione delle banche sistemiche».
Il modello in sé è semplice, chiaro e assai poco innovativo: ha la matrice del Fondo monetario internazionale (di cui l’Fsb è emanazione) creato dopo gli accordi di Bretton Woods per stabilizzare l'economia reale nel dopoguerra. Allora a produrre “rischi sistemici” non erano le grandi banche ma gli Stati; e il terreno di gioco (limitato a Usa ed Europa occidentale) non erano i capital markets globali, ma gli scambi commerciali, attraverso un dedalo di singole valute.
La Gran Bretagna e (quasi subito da soli) gli Stati Uniti (tuttora è vero “azionista di controllo” del Fmi) crearono una specie di piccola Onu dell'economia capitalista che (com'è avvenuto praticamente fino a oggi) ha svolto vari compiti: tenere sotto controllo conti pubblici e privati delle singole economie; produrre periodicamente outlook globalisti di fatto vincolanti e (per l'appunto) gestire crisi valutarie e finanziare, esercitando un'influenza soprattutto sugli Stati del Terzo e Quarto Mondo, molti dei quali poi via via emersi.
I contributi al Fondo e i cosiddetti “diritto speciali di prelievo” sono stati i meccanismi operativi di questa stanza di compensazione che ora il “mondo Fmi” vuole clonare e reimporre ai sistemi bancari e ai mercati finanziari. L'ipotesi di allargamento-rimescolamento delle carte del Fmi (seguendo la scia della governance G-20 e aprendo ai “Bric”) dovrebbe annacquare un po' - almeno negli intenti apparenti - l'idea che l'America della Casa Bianca e di Wall Street voglia riprendere saldamente il timone delle operazioni sugli scacchieri finanziari.
Per la verità “l'authority-fondo” lanciata da Draghi a nome del Fmi-Fsb ha un riferimento interessante anche nei molti fondi di assicurazione dei depositi avviati da decenni da molti sistemi bancari nazionali (l'Italia ne ha due: uno delle banche di deposito e l’altro creato recentemente dalle banche di credito cooperativo, che hanno varato anche un fondo di garanzia per gli obbligazionisti e ora un fondo di garanzia incrociato “sistemico”). Però la loro funzionalità è limitata al risparmio bancario diretto e non ai nuovi giganteschi aggregati di strumenti finanziari di mercato; e poi perfino un paese come la Germania, due anni fa, ha dovuto comunque ricorrere alla garanzia statale totale per tranquillizzare i cittadini-risparmiatori e consentire alle banche di tornare all'operatività.
PER CONTINUARE A LEGGERE L'ARTICOLO, CLICCA SUL SIMBOLO >> QUI SOTTO
08/03/2010 - 6.03 O la Borsa o la banca FINANZA/ Superata la crisi-Grecia, l'euro è salvo?
01/03/2010 - 6.03 O la Borsa o la banca FINANZA/ Così Geronzi e Caltagirone aprono il valzer delle nomine di Generali e Mediobanca
22/02/2010 - 6.04 O la Borsa o la banca FINANZA/ Ecco a chi giova l'aumento dei tassi Usa...
15/02/2010 - 6.08 O la Borsa o la banca FINANZA/ Draghi dimezzato da Caltagirone, Geronzi e Faissola
08/02/2010 - 6.03 O la Borsa o la banca FINANZA/ Draghi tra gli eschimesi cerca di prendersi la Bce
01/02/2010 - 6.06 O la Borsa o la banca FINANZA/ Così Draghi si "vendica" della Bce
Tutte le Notizie di O la Borsa o la banca
13.02 Calcio e altri Sport ROMA UDINESE/ Roma stanca in attesa della "cura Totti"
13.01 Win for Life WIN FOR LIFE/ Estrazione del 18/03/2010 ore 13:00 di Sisal Win for Life: i numeri del concorso 994/10
12.59 Calcio e altri Sport CALCIOMERCATO/ Inter, Balotelli ad Appiano: cosa succederà?
12.58 Cronaca SCIOPERO/ British Airways: i voli cancellati da Bologna verso Londra per lo sciopero del personale di cabina
12.54 Calcio e altri Sport CALCIOMERCATO/ Milan, Yepes vicinissimo, oggi l'incontro
12.47 Esteri Mo: giunta a Gaza la rappresentante dell'Ue Ashton