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FINANZA/ Così Geronzi e Caltagirone aprono il valzer delle nomine di Generali e Mediobanca

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Resta comunque il fatto che il “lodo Caltagirone” rilancia uno storico modello di proprietà, governance e business: un Leone indipendente, controllato da azionisti privati “eccellenti” (e tra questi potrebbero restare anche gli azionisti francesi e spagnoli) e gestito da manager tradizionalmente allevati all'interno della compagnia. Un modello che, in sé, parrebbe offrire garanzie anche a Intesa Sanpaolo, di cui le Generali restano importanti azioniste e il cui presidente Giovanni Bazoli (in rinnovo) è da anni con Geronzi vero “duumviro” bancario nel paese.

 

Potrebbe non eccepire neppure il governatore Mario Draghi (azionista rilevante delle Generali attraverso il fondo pensioni della Banca d'Italia): ma a patto - prevedibilmente - che la presidenza Geronzi sia senza deleghe e che si realizzi pienamente quella matrice di “public company” anglosassone di cui il Draghi resta storico “guru” anche nel mezzo della Grande Crisi. Ed è qui - quando inevitabilmente parlare di Generali riporta a parlare di Mediobanca e di grandi banche di un paese finanziariamente ancora costruito su credito e Fondazioni - che il “lodo Caltagirone” (apparentemente ineccepibile) fatica a reggere la prova della realtà.

 

A cominciare dal fatto che Caltagirone stesso è “banchiere” e non da oggi: dopo l'avventura nel capitale Bnl (nella quale il costruttore appoggiava l’Opa Unipol concepita da Giovanni Consorte e Gianpiero Fiorani), oggi è grande azionista consigliere di Montepaschi, titolare in Generali di un pacchetto residuo della grande scalata bancaria del 2003, quando tutte le banche italiane (a cominciare da Intesa e UniCredit) e molte Fondazioni risposero alla scalata interna organizzata in Mediobanca da Vincenzo Maranghi con i soci francesi (guidati dallo steso Bernheim). Era la exit strategy (fallita) di Maranghi dalla successione a Enrico Cuccia.


A giugno saranno trascorsi dieci anni dalla morte del fondatore di Mediobanca e il “dossier Geronzi” in Generali è ancora una cartina di tornasole di un equilibrio provvisorio tra Milano e Trieste, con i palazzi romani sempre attentissimi. E i temi restano due. Quello strutturale è: le Generali devono proseguire da sole il loro cammino strategico, magari con un chiarimento definitivo? Oppure devono apparentarsi - con un chiarimento strategico altrettanto definitivo - a un aggregato bancario (cioè, nei fatti, Mediobanca e UniCredit)?

 

Dall'altro lato, ammesso e non concesso che Geronzi si trasferisca al vertice del Leone, chi guiderà Mediobanca? Cioè chi guiderà il “Big One”, il grande riassetto banco-assicurativo? Questa probabilmente è un’idea che non è ancora diventata progetto, perché la fattibilità è complessa e le opzioni (tecniche e “politiche”) sono molteplici. È immaginabile che la riflessione possa partire dal fatto che UniCredit, Mediobanca e Generali hanno numerosi azionisti comuni e che sia possibile costruire una “piattaforma proprietaria” solida in grado di ancorare quello che nascerebbe come una delle più grandi istituzioni finanziarie d'Europa.

 

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