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FINANZA/ Superata la crisi-Grecia, l'euro è salvo?

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L'Fmi è stato lungamente invocato al capezzale di Atene - per curiosa coincidenza - nei giorni in cui un gruppo di hedge fund internazionali (guidati da George Soros) avrebbe tentato un attacco speculativo contro l'euro e i titoli di stati europei più deboli (forse nel mirino c'era anche l'Italia). Singolarmente la pressione si sta scaricando fuori dall'euro (sulla sterlina) e su un'economia come quella britannica, poco integrata con il tessuto manifatturiero del Continente.

 

Tremonti ne ha approfittato per coniare una nuova sigla: i rischi sistemici non vengono più solo dai Pigs (Portogallo, Italia, Grecia e Spagna) ma anche dai “Fire”: quegli stati che hanno puntato molto su finanza, assicurazioni e immobiliare, come la grande città-stato apolide che si chiama Londra.

Il Fondo - la grande “banca degli stati” nata a Bretton Woods, la Yalta economico-finanziaria che chiuse la seconda guerra mondiale - è però rimasto inattivo: non è stato né l'ufficio studi, né il consiglio d'amministrazione, né il garante, né il finanziatore ultimo del salvataggio greco. Il Fondo - di cui gli Usa restano “azionista di riferimento” poteva “essere utile come banca”, ha ammesso Tremonti, ma non è stato indispensabile: certamente non come “istituzione di governo”. Almeno per la governance di quella federazione monetaria che si chiama Europa.

 

Anche questa è una tappa di un’exit strategy che sarà ancora lunga e sarà prevedibilmente ancora ricca di sorprese e riequilibri: non necessariamente gradevoli per tutte le realtà del vecchio Occidente. Europa compresa. 

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