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FINANZA/ 1. Ecco le mosse di Bossi per prendersi le banche del Nord

La Lega Nord, dopo l’importante risultato delle elezioni regionali, si prepara a entrare nella stanza dei bottoni di banche locali. Ripercorriamo le mosse di Umberto Bossi

Lega_Bandiera_SalaR375.jpg (Foto)

«È chiaro che le banche più grosse del Nord avranno uomini nostri a ogni livello. La gente ci dice "prendetevi le banche" e noi lo faremo...» Queste parole del leader della Lega Nord Umberto Bossi sono schioccate con il fragore di un tuono nella giornata di ieri, già percorsa da una atmosfera elettrica di attesa per l'incontro programmato in serata tra il Senatur e il Premier Silvio Berlusconi.

Eppure non c'è davvero da sorprendersi. Senza clamore, IlSussidiario.net, prima delle grandi testate finanziarie, la scorsa settimana ha anticipato nella nota di Gianni Credit il "sorprendente" scenario della "secessione bancaria" made in Padania. Ve ne riproponiamo la lettura, alla luce delle parole di Umberto Bossi. Un contributo per ricostruire le mosse del leader leghista.

Dopo le amministrative di metà anni ’90, la Lega Nord era già nominalmente al 30% (cioè in maggioranza relativa) in una sede politico-bancaria molto speciale: la Commissione centrale di beneficenza della Fondazione Cariplo, allora formata da 18 membri, esclusivo appannaggio degli enti locali lombardi.

La Fondazione era ancora controllante al 100% della gigantesca Cassa di risparmio (terza banca del paese e futuro architrave di Intesa Sanpaolo) e attraversava una delicata “vacatio”: il presidente Roberto Mazzotta era autosospeso. La “cogestione” era di fatto affidata all'ex manager industriale Ottorino Beltrami e ad alcuni bocconiani del centro-sinistra come Claudio Dematté e Roberto Artoni. La Lega, tuttavia, non sfondò: per diverse ragioni.


La prima e principale fu certamente l’emergere della leadership collaudata e mediatoria di Giuseppe Guzzetti, che da subito accelerò la spoliticizzazione della vita della Fondazione, dando spazio alle nuove dimensioni sussidiarie e territoriali. Ma fu egualmente rilevante - probabilmente al di là degli intenti dei vertici nazionali della Lega - la decisione “federale” della giunta Formentini a Milano, di inviare in Cariplo non due militanti, ma due economisti “outsider” come Alessandro Penati (oggi commentatore finanziario di punta di Repubblica) e Angelo Miglietta, che dalla cattedra in Cattolica si trasferì in seguito alla Fondazione Crt come segretario generale e potente braccio operativo di Fabrizio Palenzona (oggi snodo tra UniCredit, Mediobanca e Generali).

Fu l’allora assessore al Bilancio del Comune di Milano, Marco Vitale, a dare un’impronta insolitamente “tecnocratica” alle prime, vere mosse della Lega sullo scacchiere bancario. Complice anche l’avvento del Governo Prodi (e di Carlo Azeglio Ciampi al Tesoro), la Lega in ogni caso non riuscì - più che altro disinteressandosene - a occupare da subito una delle stanze dei bottoni del mondo creditizio italiano.

Ma quasi lo stesso fece - nei medesimi anni - a un altro tavolo, forse più potenzialmente “leghista” ancora nelle sua natura: la Banca Popolare di Milano. L’istituto - messo in ginocchio dall'esposizione al crack Ferruzzi - era sotto pressione per la sua governance cooperativa monopolizzata dai dipendenti-soci: pochissimi (5mila, il doppio con parenti e alleati) su un corpo sociale che superava le 100mila unità.

Quando il presidente-risanatore Francesco Cesarini fu messo in minoranza, ma decise di dare battaglia in assemblea, non erano pochi quelli che si attendevano un’offensiva leghista in un confronto popolare “a voto per testa”. Eppure anche allora la capacità di mobilitazione dell’ancora giovane partito non entrò in azione su una “nicchia” di alto valore strategico: e sarebbero bastate alcune migliaia di soci-non dipendenti (quasi tutti concentrati in Lombardia) quanto meno per mettere a dura prova la storica forza auto-organizzativa dei sindacati interni della Bpm.

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COMMENTI
15/04/2010 - La Lega biforcuta (spadon gino)

“Facci sognare! Vai!”: così Massimo D’Alema rispondeva nel luglio 2005 a Giovanni Consorte, numero uno di Unipol, che gli annunciava l’imminente acquisizione del “70 per cento della Bnl“. “Abbiamo una banca!”, commentava con minore slancio onirico, ma con uguale compiacimento l’allora segretario ds Piero Fassino parlando al telefono con lo stesso Consorte. E per queste due espressioni, banalmente entusiaste, si scatenò il pandemonio. Ora invece, quando l’ineffabile Bossi, chiede le banche del Nord, ecco leghisti e soci a plaudire immemori degli strali lanciati contro i plutocrati diessini, e dimentichi del pietoso fallimento del loro primo (ed unico per fortuna ) esperimento bancario

 
08/04/2010 - questa sì che è informazione (romano calvo)

Grazie per questo interessantissimo excursus sul rapporto tra banche e politica (lega). Da quanto lei dice se ne deduce una sostanziale subalternità (o incapacità) della lega nord ai potentati finanziari ed una speranza che Tremonti, appoggiato dalla Lega, possa ora introdurre riforme nel meccanismo bancario italiano, per renderlo più vicino alle esigenze delle PMI ed al riparo dalle speculazioni dei grandi potentati finanziari internazionali. Detto questo, dal settembre 2008 ad oggi sono trascorsi 18 mesi, ma di interventi concreti in questa direzione io non ne ho visti (la banca del sud?). Siamo sicuri che il popolo della Lega e Tremonti, vogliano realmente percorrere questa strada? romano.calvo@libero.it

 
08/04/2010 - La non ragionevole militanza (PAOLA CORRADI)

Mi preoccupa ancora la militanza della Lega, spesso poco critica e troppo fedele solo alla gerarchia. Spesso infatti chi obbedisce in modo pedissequo non ha autonomia di ragione oppure ha una dipendenza economica sostanziale.