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BANKITALIA/ Draghi, Governatore sempre più solo e senza le “sue” banche

Mario Draghi (Foto Ansa)Mario Draghi (Foto Ansa)

Gli addetti ai lavori non sono quindi rimasti sorpresi che Draghi si sia mostrato nel complesso freddo verso il “suo” sistema creditizio, dopo che nell’ultimo anno era stata invece prevalente una cauta soddisfazione per la tenuta delle banche italiane nel turbine della Grande Crisi. Ma è stato altamente simbolico che la risposta delle banche “partecipanti al capitale” - per decenni un plauso rituale e incondizionato - abbia ribattuto senza mezzi termini su due punti chiave: gli assetti e la governance incentrati sulle fondazioni e l’adozione di Basilea 3.

 

E chi ha pronunciato la replica è stato quell’Andrea Beltratti che è stato appena eletto al vertice del consiglio di gestione di Intesa Sanpaolo, dopo un duro confronto politico attorno alla Compagnia Sanpaolo. Se Draghi ha insistito sull’irreversibilità della nuova vigilanza prudenziale e sulla necessità di rafforzare il patrimonio per aderire a criteri più severi, Beltratti ha nuovamente avvertito che l’impatto macro rischia di essere non trascurabile (in concreto: sono seri i rischi di razionamento del credito alle imprese e di sviluppo stesso delle banche italiane).

 

Al Governatore che ha rivangato vecchi timori di inquinamento politico del mondo bancario, Beltratti non ha avuto esitazioni a ricordare che se le banche italiane hanno resistito alla crisi lo devono anche al fatto di essere state controllate da fondazioni (cioè, implicitamente: il disastro dei mercati finanziari è stato prodotto dalle banche strutturate secondo il “vangelo mercatista” che Draghi ha sempre predicato con convinzione).

 

Beltratti, val la pena di notarlo, è stato l’ultimo “banchiere” a certificare il primato di Tremonti su Draghi, rendendogli la prima visita dopo la nomina. Mentre ormai i periodici “lunedì milanesi” del ministro assieme ai capi delle maggiori banche e fondazioni hanno creato una nuova cabina di regia per il sistema finanziario domestico: una direzione nazionale, bancocentrica, virtualmente senza barriere tra pubblico e privato.

 

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COMMENTI
01/06/2010 - oltre al gradualismo riformista...che c'è? (romano calvo)

L'articolo di Credit aggiunge preziosissime informazioni a chi come me segue quotidianamente i sommovimenti nel mondo della finanza. Un mondo che per anni si è riparato dietro le segrete stanze e che pare oggi ritrovarsi regolarmente ogni lunedì a Milano con Tremonti. Desidero però una risposta da parte di Credit: lei stesso si rende conto che il "gradualismo riformista" dopo due anni dalla crisi, non porta da nessuna parte. Siamo consapevoli del ruolo periferico giocato dal nostro paese nell'attuale processo di ristrutturazione capitalistica. Non sarebbe allora utile guardare con più attenzione a quanto accade a Parigi, Berlino e Londra? A Parigi un economista come André Orlean (Dal'euforia al panico, trad. it. UNINOMADE 2010) sta esplicitamente mettendo in discussione i postulati Economics che hanno sostenuto la bolla. In Italia e su Sussidiario.net il nostro Giovanni Passali da settimane sta seminando dubbi sul ruolo delle banche centrali e sulle funzioni della moneta. Sono però convinto che l'esito della riflessione di Passali (consapevole o meno) sono misure, comportamenti e scelte collettive tutt'altro che improntate al gradualismo riformista. E dunque, non sarebbe l'ora di discutere di questa nuova Vision, trovando il coraggio di mettere in discussione dalle fondamenta il potere bancario, il ruolo dello Stato e del debito pubblico e le possibilità di una Europa diversa? romano.calvo@libero.it