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BANKITALIA/ Draghi, Governatore sempre più solo e senza le “sue” banche

Le Considerazioni finali di Mario Draghi segnano quest’anno un isolamento del Governatore di Bankitalia, sempre più accerchiato, come ci spiega GIANNI CREDIT

Mario Draghi (Foto Ansa) Mario Draghi (Foto Ansa)

C’è stata un’epoca (lunga) in cui il Governatore della Banca d’Italia era l’unica e vera “opposizione della Repubblica” e il 31 maggio era una sorta di giornata penitenziale istituzionale per la politica economica.

 

Quella grande orazione civile che sono sempre state le Considerazioni finali hanno puntualmente rivolto critiche sia allo Stato, sia al mercato. Hanno fatto autocoscienza sia per la finanza pubblica (un tempo dominante, poi crollata sotto il proprio peso) e poi per la finanza privata, divenuta egemone nell’ultimo quarto di secolo, prima di collassare tra il gigantismo bancario e il turbo-capitalismo dei derivati.

Ma quell’epoca non è mai stata - né avrebbe mai potuto essere - testimone di quanto è accaduto un paio di settimane fa nei palazzi romani del governo dell’economia: quando un gruppo di top manager delle maggiori banche italiane si è riunito nelle stanze del direttore generale del Tesoro Vittorio Grilli, primo collaboratore del ministro Giulio Tremonti. E ha posto un virtuale aut-aut: il sistema bancario italiano non avrebbe garantito la piena sottoscrizione di titoli pubblici se la Vigilanza Bankitalia non avesse dato certezze sul trattamento contabile in bilancio dei bond statali dell’area euro - altamente volatili.

Raccontano che Grilli abbia personalmente sollecitato al Governatore Draghi un provvedimento puntualmente accordato: la sterilizzazione e la variazione di valore nei portafogli titoli ai fini del calcolo del patrimonio di vigilanza. E la norma, di fatto, è una presa d’atto che i mercati rimangono non stabilizzati e “Basilea 3”, cioè il tentativo di sviluppare una finanza di mercato e una vigilanza prudenziale decentrata sugli intermediari, resta inapplicabile (e forse va interamente ripensata).

Il governo (italiano) e le banche “all’italiana” dettano le regole e il più globale dei banchieri centrali non può che aderire. L’exit strategy dei poteri (non quella dei commentatori) procede spedita e l’ex banchiere della Goldman Sachs - tuttora presidente del Financial Stability Board - non è più il candidato di mediazione euroatlantica al vertice Bce. Mentre Tremonti, superministro anti-mercatista per eccellenza, è capace di tagliare gli stipendi agli statali italiani, forzando la mano perfino al suo premier.

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COMMENTI
01/06/2010 - oltre al gradualismo riformista...che c'è? (romano calvo)

L'articolo di Credit aggiunge preziosissime informazioni a chi come me segue quotidianamente i sommovimenti nel mondo della finanza. Un mondo che per anni si è riparato dietro le segrete stanze e che pare oggi ritrovarsi regolarmente ogni lunedì a Milano con Tremonti. Desidero però una risposta da parte di Credit: lei stesso si rende conto che il "gradualismo riformista" dopo due anni dalla crisi, non porta da nessuna parte. Siamo consapevoli del ruolo periferico giocato dal nostro paese nell'attuale processo di ristrutturazione capitalistica. Non sarebbe allora utile guardare con più attenzione a quanto accade a Parigi, Berlino e Londra? A Parigi un economista come André Orlean (Dal'euforia al panico, trad. it. UNINOMADE 2010) sta esplicitamente mettendo in discussione i postulati Economics che hanno sostenuto la bolla. In Italia e su Sussidiario.net il nostro Giovanni Passali da settimane sta seminando dubbi sul ruolo delle banche centrali e sulle funzioni della moneta. Sono però convinto che l'esito della riflessione di Passali (consapevole o meno) sono misure, comportamenti e scelte collettive tutt'altro che improntate al gradualismo riformista. E dunque, non sarebbe l'ora di discutere di questa nuova Vision, trovando il coraggio di mettere in discussione dalle fondamenta il potere bancario, il ruolo dello Stato e del debito pubblico e le possibilità di una Europa diversa? romano.calvo@libero.it