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FINANZA/ Le "case Tremonti" contro la logica di Wall Street

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Il Comune mette a disposizione un’area (con diritto di superficie, ma in un altro piano promosso a Crema la destinazione è stata gratuita), la Fondazione aggrega con logica di mercato altri investitori interessati a un rendimento di lungo periodo (2-3% all’anno) e promuove la costruzione di quartieri destinati a giovani coppie, studenti, immigrati, altri soggetti che esprimono una domanda di edilizia sociale.

 

Tre fasce di canone per 650 appartamenti e un modello di “leva finanziaria” diversa da quella di Wall Street: sono le Fondazioni a mettere il capitale di base e ad attirare banche, assicurazioni, altri operatori immobiliari e proponendo poi un intervento sussidiario all’ente pubblico. Ora Tremonti vuol replicare il modello su scala nazionale, ma non necessariamente “centralista”: saranno le fondazioni stesse a dare un’impronta federalista facendo da network territoriale per le iniziative. E lo strumento-chiave sarà il fondo immobiliari dedicato (come “Abitare Sociale 1” di Polaris, la Sgr della Cariplo): una forma d’investimento teoricamente appetibile per chiunque sul mercato.

 

Certamente Tremonti e il presidente dell’Acri Giuseppe Guzzetti si misurano con un precedente storico di rilievo assoluto: le leggendarie “case Fanfani” che il leader Dc del dopoguerra concepì nel cuore della ricostruzione. Dal 1949 il veicolo del governo italiano fu l’Ina, la compagnia d’assicurazione statale. L’obiettivo “sociale” era duplice: edificare in fretta alloggi popolari (favorendo tra l’altro i flussi migratori interni che già si annunciavano verso le aree metropolitane) e creare occupazione.

 

Il risultato fu imponente: in 14 anni vennero costruiti 2 milioni di vani per 355mila alloggi. Ebbero lavoro 41mila operai edili all’anno, il 10% dell’intera forza lavoro nazionale nel settore. Ma lavorarono anche le grandi firme dell’architettura nazionale, a cominciare dallo Studio BBPR che in quegli stessi anni progettò a Milano la Torre Velasca. Naturalmente era un intervento “keynesiano“ puro: tutto Stato, quasi niente mercato. Più di mezzo secolo dopo la palla dell'edilizia sociale torna a uno Stato che riparte dalla sussidiarietà e a un mercato che deve far dimenticare in fretta un tragico gioco di prestigio: regalare la casa a tutti con i mutui subprime.

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COMMENTI
21/09/2010 - Sussidiarietà totale. (Roberto Bera)

Conobbi gente che abitava in case ultra-popolari "assegnate". Case piuttosto modeste, ma nessuno degli abitanti faceva la minima manuntenzione. Gli stessi avevano trovato in una scarpata tra la ferrovia e la tangenziale degli spazi per orti abusivi e "baracche" in cui loro andavano per incontrasi, come fossero il "salotto buono". Probabilmente avessero sentito le case popolari più loro le avrebbero anche mantenute meglio! Il bello della sussidiarietà non è comune piuttosto che stato, ma ognuno poter essere protagonista delle cose che gli competono.

 
20/09/2010 - non è il social housing il problema (michele maioli)

Il problema non è il social housing in sè. Altrimenti continuiamo a girare intorno ai problemi che hanno causato la crisi attuale (come stiamo facendo di fatto, dato che niente è stato approntato per migliorare le cose). La crisi è sistemica, è il sistema finanziario (che ha scalzato l'economia reale) che è malato tumoralmente: è un organismo che non può vivere più di tanto, così come è. Non ci sono vincoli a certe operazioni finanziarie, che toccano il numero di migliaia al secondo per la sola speculazione. E' questo quello che non va, non il social housing... Altra questione: va bene costruire le case, ma la maggior parte delle costruzioni del dopoguerra sono orrende e soprattutto insicure. Non deve mancare il controllo e la "ratio" in queste iniziative di vasta portata.

 
20/09/2010 - Articolo non condivisibile (matteo olivieri)

Caro Sig. Credit come oramai è ampiamente dimostrato a livello scientifico, è stato proprio il social housing la principale causa della bolla immobiliare statunitense e della conseguente crisi dei subprime. La situazione internazionale in cui ora ci troviamo è stata causata da un mix di interessi a livello pubblico e privato,che ha portato ad avere tassi di interesse drogati all'interno di un settore protetto per legge, al riparo dai meccanismi di mercato e perpetuato con i soldi dei contribuenti. Poco importa se negli Stati Uniti sono stati messi in piedi "Government-Sponsored Enterprise" per raccogliere fondi sul mercato, mentre in Italia si vogliono coinvolgere le fondazioni bancarie: il risultato finale è infatti lo stesso. A ben vedere, il meccanismo da Lei delineato non va contro la logica di Wall Street ma la asseconda appieno. Ritengo pertanto di poter affermare che il Suo articolo affronta in maniera semplicistica ed unilaterale l'argomento. Credo sia tempo di affrontare anche in Italia in modo competente il tema. Distinti saluti Matteo Olivieri http://matteoolivieri.blogspot.com/

 
20/09/2010 - il rischio è (Fabrizio Terruzzi)

le case non verranno regalate ma il rischio in Italia è che vengano imbrattate e semi-distrutte in pochi anni da inquilini che pagano l'affitto e le spese condominiali se e quando vogliono. Lodevole l'iniziativa ma bisognerebbe inaugurare un nuovo modo di gestione: meno lassista, magari più militaresco, con il fine di far imparare educazione, buone maniere e a rispettare la proprietà pubblica oltrechè ... la legge.