BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

Rubriche

FINANZA/ Cinque (cattivi) pensieri sul caso Popolare di Milano

Foto ImagoeconomicaFoto Imagoeconomica

2) A proposito di Lehman Brothers: molti preferiscono non ricordare che fu la Lehman a offrire asilo a Matteo Arpe, il banchiere che resta candidato a diventare nuovo “uomo forte” in Bpm, con l’appoggio della Banca d’Italia e dei sindacati nazionali (in prima fila Cisl e FABI). Era stato cacciato da Mediobanca, Arpe, vivo ancora Enrico Cuccia, per ragioni mai chiarite, ma quasi sicuramente legate al mancato rispetto dei rigidi standard di condotta manageriale in Via Filodrammatici (i suoi “gemelli“ Alberto Nagel e Renato Pagliaro sono rimasti e sono al vertice dell’istituto). Erano trascorsi appena pochi mesi dalla “madre di tutte le Opa”: quella lanciata “a leva” su Telecom dalle grandi banche internazionali usando Olivetti, la faccia di Roberto Colaninno e la sponda politica del premier Massimo D’Alema. Il “caporale-factotum” di quell’operazione fu Arpe, coronando il più esemplare disastro della storia delle privatizzazioni italiane.

Obbligata dall’Ue, l’Italia mette in vendita la sua più importante azienda-Paese come salatissima pre-iscrizione al club dell’euro. Prodi a Palazzo Chigi, Ciampi e Draghi al Tesoro danno seguito al “patto del Britannia” con Goldman Sachs e le sue sorelle: Opv integrale, svendita al mercato, salvo consegnare la “governance” alla famiglia Agnelli, che investe in un indifendibile “nocciolino del nocciolino” con lo 0,6%. Dopo due anni tragicomici fra Guido Rossi e Rossignolo, sulla piattaforma monopolista delle tlc nazionali, piombano i falchi di Wall Street. Obbligano Olivetti a cedere all’estero il primo competitor nazionale del mobile (Omnitel) e attraverso di essa - con la complicità decisiva di Mediobanca - comprano Telecom, creandovi una “bolla di debito” che ha ucciso per sempre tutte le potenzialità strategiche del gruppo. Un caso da manuale di “finanza vampira” sull’impresa concepita come “carne da Borsa”, da macellare, dissanguare e vendere a pezzi. By (anche) Matteo Arpe.

3) Ancora a proposito di Arpe: fu recuperato da Cesare Geronzi per ridare un po’ di smalto a Capitalia. Da amministratore delegato lo fece a modo suo: convinse un po’ di hedge fund in giro per il mondo a investire su un titolo molto deprezzato, alzandone il valore in Borsa (e per la verità non fu l’unico, in Italia e altrove, a interpretare il ruolo come “piazzista di azioni”). A chiudere il cerchio su Capitalia sarebbe stata un’Opa amichevole dell’Abn Amro: il gruppo olandese in nome del quale il Financial Times condusse una battaglia di civiltà finanziaria contro Fazio e la Banca Popolare Italiana. Oggi l’Abn Amro non esiste più: di Opa in Opa è fallita subito nel 2008. Arpe, nel frattempo, non mancò di far comprare alla disastrata Capitalia il 2% di Intesa per fermarne una temuta fusione. Capitalia poi fini a UniCredit, che ne sta pagando ancora il conto.

4) La vigilanza della Banca d’Italia deve - dovrebbe essere - sempre inflessibile e reattiva nell’assicurare le condizioni di “sana e prudente gestione” di tutti i soggetti sorvegliati. Però la severità di questi giorni sul caso Bpm può ricordare - a un occhio forse troppo smaliziato - il regolamento di conti del settembre 2008 a Wall Street: allora il segretario al Tesoro uscente, Hank Paulson, ex presidente di Goldman Sachs, lasciò fallire l’arcirivale Lehman. Il Governatore Draghi, ormai prossimo a lasciare Via Nazionale per approdare al vertice Bce, sta lottando per garantire una successione interna a favore del direttore generale Fabrizio Saccomanni. Gli è contrapposta la candidatura di Vittorio Grilli, primo collaboratore del ministro dell’Economia Giulio Tremonti: acerrimo rivale di Draghi e ritenuto finora protettore del presidente uscente della Bpm, Massimo Ponzellini. E dietro Tremonti e Grilli risuona da giorni il vocione del leader della Lega Nord, Umberto Bossi, che rivendica i diritti della finanza “milanese” contro le burocrazie romane.