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FINANZA/ Cinque (cattivi) pensieri sul caso Popolare di Milano

GIANNI CREDIT ci propone cinque pensieri, abbastanza sviluppati, sulla Banca Popolare di Milano, l’istituto di credito le cui vicende sono ultimamente sulle pagine economiche dei quotidiani

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Quelli che seguono sono cinque pensieri - non intenzionalmente cattivi, ma tanto sono venuti spontanei - sul caso della Banca Popolare di Milano. Appunti sparsi e po’ faziosi: e forse la Bpm e i suoi dipendenti-soci non se lo meriterebbero fino in fondo. Sono certamente notazioni giornalisticamente “scorrette”, a cominciare dal fatto che danno per scontata la cronaca recente e meno recente. L’autore si scusa in anticipo di tutto.

1) Sono decenni che i sindacati interni della Popolare di Milano decidono carriere e fanno circolare pure qualche “dazione” (nell’ordine di decine di migliaia di euro) in un quadro di “governance” opaca: strutture e regole che tengono assieme proprietà quotata, management e relazioni sindacali in modo opaco, lontano da ogni modello da manuale, compreso quello del credito cooperativo. È un fatto come minimo poco estetico: però le regole del gioco sono note, i soci non dipendenti della Popolare sono molto più numerosi dei dipendenti e avrebbero potuto in qualsiasi momento “mandarli a casa” e la Bpm non è l’unica banca ad aver ricorso - in misura limitata - all’aiuto pubblico dei Tremonti-bond (il Montepaschi controllato dalla Fondazione comunale di Siena e del gruppo Caltagirone sta peggio).

Il “modello Bpm”, d’altronde, è l’esatto contrario della “governance” in cui le carriere e le “dazioni” (centinaia di “bonus” individuali, alcuni milionari) li decide il chief executive officer, circondato dai sui adepti: Blankfein in Goldman Sachs, Ackermann in Deutsche Bank, Profumo in UniCredit (quest’ultimo è stato licenziato con una buonuscita di 40 milioni di euro). Fino a tre anni fa i numeri hanno dato ragione apparente a questo “a-priori ideologico”: una governance strettamente congruente al capitalismo finanziario di mercato è per definizione la migliore garanzia di un funzionamento efficiente ed efficace delle imprese (anche delle banche). Ma mille giorni dopo il crac Lehman Brothers, quelle “auto-dazioni” milionarie sono giudicate furti non solo da parte dei nuovi giovani “indignados” di Wall Street, ma anche da decine di milioni di cittadini alle prese con risparmi bruciati, posti di lavoro cancellati, credito inaridito per le imprese minori, case pignorate, tasse in aumento e pensioni in diminuzione. E la Bpm “degli Amici” ha scottato azionisti, obbligazionisti e clienti non certo più - ma semmai di meno - di Lehman, BankAmerica, UniCredit e Intesa, Bnp o Royal Bank of Scotland.