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SPILLO/ Contro gli indignados: il dibattito si allarga

Secondo GIANNI CREDIT, l’errore di fondo degli indignati non può ridursi ad un fraintendimento politico, ma riguarda un’errata concezione dell’uomo. E della crisi

Foto Ansa Foto Ansa

«Forse, per una volta, si potrebbe pure dar torto agli indignati di casa nostra e d’Oltreoceano». Lo scrive Antonio Polito sul Corriere della Sera, anche se in pagina interna, in basso a sinistra: “Idee & opinioni” diverse dalla linea editoriale, secondo i codici cifrati del giornalismo. Fatto sta che – aggettivo in più, avverbio in meno – è lo stesso punto di vista espresso lunedì mattina sul ilSussidiario.net. Ancora (e di più): è uno dei giudizi impliciti nel documento di lavoro “La crisi, sfida per un cambiamento” diffuso da Comunione e Liberazione al termine di una settimana politicamente impegnativa, contraddistinta da un netto cambio di passo da parte del mondo cattolico, al di là del consulto di Todi. Prima di Polito, sul Sussidiario avevamo sostenuto l’opportunità politico-culturale di trascurare gli “er pelliccia” e il loro para-terrorismo del sabato pomeriggio e di focalizzare il «confronto» - non il «dialogo» - sugli indignados «corretti»: rivoluzionari immaginari, emarginati reali soprattutto da un conformismo sterile (capace solo di accuse e disperazione, sottolinea Cl). Lo sviluppo politicista dell’analisi di Polito è però molto diverso. Gli “indignados” italiani sbaglierebbero – e sbaglierebbe la sinistra che li rincorre ossessivamente - perché non si renderebbero conto di essere in realtà “di destra”: di essere superficialmente vicini ai (presunti) “radical” di Occupy Wall Street, ma strutturalmente consonanti con i Tea Party. Di essere cioè ultra-liberisti più ideologici e arrabbiati dei neo-liberisti ortodossi nel chiedere il fallimento e quindi la “punizione di mercato” del turbo capitalismo-finanziario. Con un ulteriore passo dialettico – abile ma altrettanto discutibile – Polito arruola infine gli “indignados” italiani tra le file dei neo-antieuropei che preferirebbero un “sano” default dell’Italia ai richiami della Bce di Mario Draghi al governo Berlusconi affinché si varino le varie misure di risanamento finanziario e di rilancio dell’economia (questo, caro Polito, è decisamente troppo: molti dei nostri guai discendono più dagli errori dei banchieri come Draghi e dei loro mercati iperspeculativi che dei governanti come Berlusconi o come lo stesso Obama).