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BORSE/ Banche in festa alla faccia dei burocrati

Piazza Affari (Foto Imagoeconomica)Piazza Affari (Foto Imagoeconomica)

Le misure varate dall’Ue sono comunque utili e tendenzialmente efficaci al risanamento del sistema? Sicuramente sono coerenti con quello che è stato l’approccio europeo (franco-tedesco) alla crisi, diverso da quello statunitense. La crisi bancaria non può essere superata semplicemente mantenendo in vita il sistema bancario e contando che il riaccumulo dei profitti sani i buchi lasciati nei bilanci dagli eccessi della finanza derivata. E i contraccolpi successivi sulle finanze pubbliche e sui cicli economici non possono essere curati da ondate di liquidità: i rischi (ormai quasi verificati) sono quelli di turbolenze speculative sui mercati e di ritorni di fiamma inflazionistici nelle economie.

L’euro-ricetta (abbastanza confermata dall’ennesimo summit) resta quindi: austerity fiscale (e integrazione sostanziale tra le politiche di bilancio, anche a costo di riduzioni di sovranità in paesi-membri del “club”) e risanamento reale del sistema creditizio, attraverso svalutazioni delle attività “illiquide” e ricapitalizzazioni severe. Il fondo Efsf - che si annuncia come una specie di contraltare della Bce come perno e carabiniere dell’Europa “salvata” - è la rappresentazione plastica di una zona politico-economica che vuol continuare a fondarsi su valori “reali”, non “derivati”: su risorse messe effettivamente a disposizione dagli Stati, l’esatto opposto delle virtualissime assicurazioni offerte dai mercati sotto il nome di “credit default swap”.

È chiaro che sul successo dell’exit strategy europea pendono molte variabili: da un lato gli Stati Uniti (in anno elettorale) stanno seguendo un percorso divergente; dall’altro sono ancora tutte da scoprire le mosse del “convitato di pietra” cinese: Pechino sta sostenendo l’euro a difesa delle proprie riserve valutarie e della propria competitività commerciale, ma non ha interesse a un’Europa debole, in lunga recessione. Su scala inferiore, neppure l’Unione europea e l’Eurozona possono permettersi un’Italia troppo “punita” dai mercati per il suo debito elevato: ma l’Italia non può permettersi - come la Grecia - di attendere soccorsi, negoziando le condizioni della propria resa.