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RETROSCENA/ Dopo il terremoto Fiat gli industriali "antipolitici" preparano il dopo-Berlusconi

Diego Della Valle (Imagoeconomica)Diego Della Valle (Imagoeconomica)

La svolta Fiat in Confindustria è storica e simbolica: non bisogna mai dimenticare che l’avvento di Mussolini (un socialista rivoluzionario portato su posizioni reazionarie) fu direttamente appoggiato dal Lingotto del Senatore Giovanni Agnelli, al centro di un fronte compatto di grandi industriali; o che lo zenit della “concertazione” tra Governo, Confindustria e Cgil-Cisl-Uil - dopo un trentennio di “economia mista” - fu toccato nel '75, quando Gianni Agnelli personalmente firmò con Luciano Lama l’intesa sul punto unico di scala mobile.
 L’anno dopo Umberto Agnelli si fece eleggere senatore per la Dc (il giovane Montezemolo fu il suo spin-doctor) nell’intento di promuovere - da imprenditore e grande capitalista privato - una svolta laico-moderata al maggiore partito italiano, per contrastare l’ondata di piena di Pci e Psi. Andò tutto all’incontrario: dalla solidarietà nazionale l’Italia uscì con la leadership di Bettino Craxi. Un politico di professione che con Confindustria duellò a lungo e che premette sul capitalismo imprenditoriale nazionale: il futuro premier Berlusconi è il principale prodotto di questa azione. Ma non va dimenticato l’importante “armistizio” con Mediobanca raggiunto con l’ingresso nel patto di Salvatore Ligresti.
A proposito: Della Valle ha sbattuto la porta in Piazzetta Cuccia perché non gli è stato assegnato un seggio in cda, pur dopo il deciso affondo in Generali - anche per conto del vertice Mediobanca - per rimuovere dalla presidenza Cesare Geronzi. Ma i top manager di Mediobanca - Renato Pagliaro e Alberto Nagel, eredi diretti di Cuccia e di Vincenzo Maranghi - non hanno potuto/voluto rimuovere dal consiglio Jonella Ligresti (figlia dell’ingegnere) e tanto meno Marina Berlusconi, nel frattempo entrata nel patto e nel board.
Quindi, né Confindustria, né Mediobanca sembrano assolvere più la funzione di stanze di compensazione ultime delle istanze e delle tensioni interne all’establishement privato. Elkann, ancora prima di Marchionne, sono stati inequivocabili: la famiglia Agnelli e la Fiat non si riconoscono né nel manifesto della Marcegaglia, né nell’appello di Della Valle. Dalla prima, probabilmente, il Lingotto si aspettava di più sul piano delle relazioni sindacali sul caso Pomigliano e oltre. L’accordo del 28 giugno, invece, resta all’interno di un quadro “concertatorio” in fondo superato dalla lettera Bce (siglata anche da Mario Draghi) sulla necessità di rendere più flessibile il mercato del lavoro.