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FINANZA/ L’Italia e la nevrosi tedesca

Angela Merkel (Foto Ansa)Angela Merkel (Foto Ansa)

I tedeschi dell’Ovest corsero in ogni caso il rischio consapevole di mettere in tasche altrui (anche se di “connazionali”) potere d’acquisto monetario che non esisteva. Da un lato ci fu la volontà condivisa di sostenere un “costo” per un obiettivo di lungo periodo: la Germania unita fu vissuta sul piano storico sia come dovere che come opportunità (una Germania unita è comunque meglio di una Germania divisa). Sull’altro versante c’era la fiducia nelle capacità della Germania Occidentale di ristrutturare con successo quella Orientale, alzando i suoi standard di produttività industriale, efficienza amministrativa, dinamismo sociale.

È vero che, vent’anni fa, i mercati finanziari non erano ancora cosi grandi e integrati al punto da mettere sotto pressione i grandi Stati-nazione: prima con le loro crisi sistemiche, poi con le loro pretese di sopravvivenza autoreferenziale. In altri termini: ancora vent’anni fa una moneta come il marco era effettivamente sotto la sovranità di uno Stato nazionale, ancorché fosse già iniziato un diverso “processo storico” chiamato “globalizzazione finanziaria”. È questa, probabilmente, la differenza più importante tra i tedeschi alle prese col “marco allargato” e quelli alle prese, oggi, con i problemi dell’euro assieme agli altri europei. Per altri versi, le analogie non sono poche. L’Europa è - è stata finora - una sfida politica non diversa da quella della Germania unificata: un processo storico complesso, non uno sviluppo meccanico dell’economia finanziaria. È vero che l’intento dei “padri fondatori” del Mercato comune (cominciare a creare sul terreno economico condizioni di pace duratura nell’Europa continentale distrutta da due guerre mondiali) è via via evoluto in un altro orizzonte strategico: costruire un’area economica competitiva a livello globale in un mondo “liberalizzato”, integrato, abitato da nuovi soggetti “emersi” dal sottosviluppo. Ancora una volta, comunque, una scommessa: un’Europa unita è meglio di un’Europa divisa. Una scommessa con alcune premesse logiche e altrettante evidenze empiriche, ma pur sempre una scommessa: un atto di volontà politica, “storica”. E la moneta unica è stata la prima realizzazione compiuta di un “atto di volontà” durato quasi mezzo secolo da parte di un numero crescente di europei.

È pur vero che questo passaggio storico ha segnato un parziale ritiro della politica a favore del mercato: l’euro nasce “senza sovrano”, con una banca centrale come “pilota automatico”, ma senza un governo politico (analogo a quello a Bonn che si assunse la rischiosa responsabilità di unificare Berlino). Si può discutere se lo start-up dell’euro privo di politica fiscale sia stato un rischio paragonabile a quello di varare una Costituzione “burocratica” dell’Ue priva di qualsiasi riferimento a radici culturali e religiose. Si può recriminare anche - in chiave storica, non tecnico-economica - se non sia una contraddizione insostenibile che la Gran Bretagna (piattaforma dei mercati finanziari al di qua dell’Atlantico) sia dentro l’Unione europea e fuori dall’euro.

Nessuno può negare che la Germania - più ancora della Francia - sia sempre rimasta al tavolo di quella scommessa. L’Italia anche: “giusto o sbagliato” ha risanato negli anni ‘90 le sue finanze pubbliche, agganciando l’euro anche a prezzo di privatizzazioni discutibili sul piano delle cifre e della politica industriale (la Grecia? Beh al tavolo c’è stata indubbiamente con minor impegno: forse perché è stata ammessa quando l’euro era già in corsa; e i suoi conti erano stati sistemati da un’importante banca d’affari globale).