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FINANZA/ L’Italia e la nevrosi tedesca

Oggi la Germania sembra essere diventato il problema dell’Europa. GIANNI CREDIT ci guida in un’analisi che parte dalla riunificazione tedesca degli anni Novanta

Angela Merkel (Foto Ansa)Angela Merkel (Foto Ansa)

Ancora un mese fa nessuno aveva dubbi: il problema dell’euro, dell’Europa, della Germania, di tutti e tutto era l’Italia. E il problema dell’Italia era il governo Berlusconi. Oggi la prospettiva è completamente rovesciata. Basta leggere il sermone laico di Sergio Romano su Il Corriere della Sera di domenica: è la Germania a essere divenuta, di punto in bianco, il problema dell’euro e - in specifico - degli sforzi dell’Italia di stabilizzare il suo debito pubblico e rilanciare la sua crescita. È la Germania la palla al piede del nuovo governo Monti. E nelle celebrazioni del ritrovatoa “euro-trilateral” Merkel-Sarkozy-Monti, a qualcuno non è in fondo spiaciuto immaginare che fosse il “super-tecnico” italiano a soccorrere un po’ i due acciaccati “politici” della “core Europe”.

Non sono tuttavia giorni per indulgere nel costume politico, neppure quando è serio è sostanziale: come quando il segretario del Pdl, Angelino Alfano, ha polemizzato con gli “oroscopisti dello spread”, convinti che l’effetto-Berlusconi producesse almeno la metà del 6% di costo dei Btp (nel frattempo salito all’8%). Non val nemmeno la pena soffermarsi sugli aspetti più tragicomici delle ultime settimane: ad esempio, l’appello anti-democratico del presidente belga dell’Ue Van Rompuy (“L’Italia ha bisogno di riforme, non di elezioni”), mentre il Belgio non riesce a darsi un governo da due anni ed è nel mirino delle agenzie di rating.

Ma quali sono i connotati della “nevrosi tedesca”? E come ciò interpella l’Italia? Può essere utile richiamare un evento politico-economico ancora nella memoria di tutti: la riunificazione della Germania. Vent’anni fa, alla caduta del muro di Berlino, la Germania Ovest decise di “riannettere” i lander dell’Est dopo quarant’anni di colonizzazione sovietica. Un passo squisitamente storico-politico che dovette peraltro misurarsi con precisi vincoli economico-finanziari. All’Unione Sovietica, moribonda, venne pagata, ad esempio, una “buonuscita” di alcuni miliardi di dollari sotto forma di rimborso-spese per lo smantellamento degli apparati militari del Patto di Varsavia. Ma il passo più rilevante fu senza dubbio la decisione - da parte del cancelliere cattolico Helmut Kohl - di concedere il cambio alla pari per i marchi detenuti da 17 milioni di ex tedeschi dell’Est. Era una scelta chiaramente non sostenuta dai fondamentali economici: l’ex Germania Orientale era un’azienda-Paese infinitamente meno produttiva di quella Occidentale.

Le monete da un marco a Berlino Est non esprimevano, con tutta evidenza, il valore che era nelle tasche dei tedeschi al di qua del Muro. Non stupì che il presidente della Bundesbank, Karl-Otto Pohel, si dimettesse: temeva inflazione e disordine monetario nella nuova area del “marco allargato”, tanto più che la Germania Occidentale era già sul sentiero di convergenza dell’euro. Ma la “nuova Germania” alla prova - a differenza di quella degli anni Venti - non fallì: ed è un fatto che il cancelliere in carica sia nato all’Est e abbia formato la sua leadership politica nel difficile processo di re-integrazione tedesca.