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FINANZA/ L’Italia e la nevrosi tedesca

Angela Merkel (Foto Ansa)Angela Merkel (Foto Ansa)

Nessuno può ignorare le questioni profonde da sciogliere. La prima è che il valore dell’euro resta una “scommessa”: un atto di volontà storico-politica in un quadro di compatibilità economiche. Tra le situazioni con cui fare i conti c’è il fatto che i mercati non possono essere tacitati con un “superbonus una tantum”, come quello a suo tempo riconosciuto dalla Germania al Cremlino: la speculazione è più esigente e a essa partecipano anche i cittadini-risparmiatori e le banche dell’Europa. I grandi gestori internazionali tengono infatti sotto pressione bond e valute in base a un’ideologia molto diversa da quella del “socialismo reale”: quella del rendimento a breve termine dei capitali finanziari. All’esito della scommessa-euro non sarà quindi indifferente l’uscita dalla crisi bancaria, tuttora in alto mare, per ragioni solo apparentemente tecniche.

La questione, in estremi sintesi, è: le banche che hanno decretato il collasso dei mercati, che sono state salvate dagli Stati e che ora speculano sulla liquidità “d’emergenza” devono continuare a condizionare la stabilità degli Stati e dei contribuenti che le hanno salvate? Questo sì è un tema su cui anche l’opinione pubblica tedesca è divisa: e su cui, probabilmente, restano distanti le posizioni tra la Merkel, il premier tecnico italiano Monti e il presidente italiano della Bce, Draghi. D’altro canto vent’anni fa la Cina non c’era: oggi è il maggior competitor economico di tutte le altre aree del pianeta e investe in euro una parte rilevante dei suoi surplus commerciali. E il “muro” dell’euro alto non solo facilità l’export cinese in Europa, ma frena quello europeo in tutta l’area del dollaro. E il Pil debole (o addirittura recessivo) rende meno sostenibili le già precarie finanze pubbliche di molti paesi europei (ormai praticamente di tutti), innescando la speculazione sui debiti pubblici.

Che fare? Draghi, appena insediato alla Bce, ha tagliato i tassi, guardando agli “stimoli monetari” già lanciati in abbondanza dagli Stati Uniti. La Germania nicchia: l’euro va “meritato”, non si possono distribuire banconote senza regole a chiunque (greci, italiani, spagnoli, ecc.). La moneta resta la certificazione di un valore distribuito in quanto prodotto o producibile: come, ad esempio, nella Germania Unita del 1990. Resta una leva nelle mani dei governi per fare scelte politiche, non delle banche centrali che ogni giorno duellano con i mercati, un po’ combattendoli, un po’ assecondandoli. E se la Merkel continua a rifiutare gli eurobond, in realtà continua a denunciare un equivoco: le euro-obbligazioni garantite “da tutti” non sono la soluzione in sé, ma sono lo strumento tecnico di una scelta politica. Quella di difendere l’euro e con esso la “scommessa” sulla competitività dell’Europa, che presuppone una capacità interna delle imprese, delle istituzioni, della società civile.

Nessuno obbliga la Germania, la Francia, l’Italia e neppure la Grecia a onorare la “scommessa-euro”, così come nessuno obbligava la Germania di Kohl a integrare quella sovietica. Oggi può essere una scelta anche “lasciar vincere” i mercati. Ma il problema non è la Germania. Tanto meno per l’Italia: dove non è stata certo la “scelta” apparente fra Berlusconi e Monti ad aver cambiato i termini della “scommessa”.

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