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FINANZA/ Berlusconi, Tremonti e Draghi: promemoria per una primavera rovente

Silvio Berlusconi, Giulio Tremonti e Mario Draghi sono al centro di importanti manovre che si intrecciano in questi mesi. L’analisi di GIANNI CREDIT

Silvio Berlusconi, Mario Draghi e Giulio Tremonti (Foto Ansa)Silvio Berlusconi, Mario Draghi e Giulio Tremonti (Foto Ansa)

I rapporti tra finanza e politica sono in queste settimane momento strutturale rilevante nell’establishment del Paese: più di quanto possano indicare dialettiche “sovrastrutturali” pur marcate, come quella tra il presidente Napolitano e il premier Berlusconi sulla riforma della giustizia o sul rispetto del galateo istituzionale nel rimpasto. Un esempio tra tutti? L’impegno spasmodico della Lega nel difendere il governo e nel ridurre le tensioni politiche: spesso maggiore di quello profuso dallo stesso Berlusconi. Un ruolo inedito per Bossi.

Il Carroccio avrà pure da concludere la sospirata campagna federalista entro la fine della legislatura, ma nel frattempo presidia con Giulio Tremonti un ministero che da solo vale il governo. Lo hanno rilevato polemicamente pressoché tutti i ministri, da ultimo lo stesso premier, che contro il “suo” ministro dell’Economia ha mosso perfino i media di famiglia. Ma le tensioni sul rigore di bilancio - ancora una volta - sono solo una parte della storia e forse non la più importante. Il problema non è qualche miliardo in più o in meno di spesa pubblica, di assunzioni di precari nella scuola o di sgravi alle imprese. E forse neppure il ridisegno fiscale federalista.

I temi “strutturali” del “dossier Tremonti” sono tre: chi è il garante sui mercati debito pubblico italiano, cioè (di questi tempi) il vero “capo dello Stato”? Chi sta rilanciando lo Stato imprenditore e banchiere (Eni, Enel, Poste, Finmeccanica, Cassa depositi e prestiti, Banca del Sud, ecc.)? E chi è, infine, nell’altra metà del cielo finanziario, il “regulator” ultimo del sistema bancario nazionale, del risparmio delle famiglie italiane, della Borsa, del controllo di altre aziende-Paese come Generali e Telecom?

Non si può dar torto a chi, oggi, a queste domande fornisce un’unica risposta: Tremonti. Non per nulla il silenzio che ha accompagnato l’uscita di Berlusconi su “Tremonti erede” è stato ben più eloquente del chiacchiericcio che aveva circondato, pochi giorni prima, l’apparente investitura per il ministro della Giustizia Angelino Alfano. In questo caso nessuno tra partecipanti e osservatori del gioco politico si è sentito di azzardare a colpo sicuro tra due interpretazioni, forse entrambe valide in parte: la classica “bruciatura” per il “primus” fra i ministri divenuto ormai scomodo rivale; o il riconoscimento a denti stretti che “con” o “dopo” Berlusconi - in questo momento al governo del Paese - c’è solo Tremonti.

Un tempo si sarebbe parlato di “chiarimento in corso” tra boss del pentapartito o correnti Dc. In queste settimane il “chiarimento” si è invece aperto con un evento finanziario: la brusca rimozione di Cesare Geronzi dalla presidenza delle Generali, con il ruolo chiave recitato da Tremonti, in filo diretto con Mediobanca e in particolare con il vicepresidente di UniCredit, Fabrizio Palenzona. Il chiarimento è poi proseguito con l’inatteso appoggio dato da Berlusconi all’Opa Lactalis su Parmalat (di fatto contro il tentativo tremontiano di organizzare una difesa con la Cdp e le grandi banche), si è detto in cambio del supporto francese alla candidatura di Mario Draghi alla presidenza della Bce. La decisione dei paesi dell’area euro sulla successone a Jean Claude Trichet è attesa entro fine giugno, ed è quella la data-termine per la probabile conclusione del chiarimento interno italiano: o almeno di una sua prima fase.