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FINANZA/ Il “bivio” di Bpm per resistere al modello Goldman Sachs

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Non stupisce, quindi, che negli ultimi giorni sia balenato per una Bpm “in crisi” il presunto interesse di Bnp Paribas: il colosso francese cui, nello studio di Guido Rossi, in un pomeriggio venne venduta la Bnl. Per sancire il successo della “difesa mediatico-giudiziaria” di AntonVeneta, Bnl e Rcs contro i presunti “furbetti”; e anche per soddisfare l’apparato ideologico costruito ad hoc dagli economisti come Zingales: solo l’ingresso delle banche straniere “di mercato” avrebbe potuto “bonificare” un sistema creditizio italiano perennemente dipinto come borbonico, in ogni caso insopportabilmente popolato di Fondazioni, Popolari e Banche di credito cooperativo. Tutti mondi estranei al capitalismo globale e alle sue logiche speculative, nemiche del lungo periodo e della “creazione di valore” per tutti gli stakeholders di una banca (azionisti, ma anche dipendenti, clienti, istituzioni, ambiente socioeconomico allargato)

Sei anni dopo la controprova empirica dice che la Bnl svenduta a Bnp Paribas non è diventata né un campione di redditività, né un apostolo di efficienza verso il cliente: rimane una normale banca italiana posta, però, al servizio di una banca francese, la quale nel frattempo è stata aiutata dallo Stato a sopravvivere nel dopo-Lehman. Con AntonVeneta è andata anche peggio: Abn Amro, per completare la sua Opa, dovette farsi supportare dal gigante spagnolo Santander e poi crollò subito nella prima fase della crisi. E Santander non si fece scappare l’occasione di “restituire” AntonVeneta all’Azienda-Italia a caro prezzo: dissanguando il Montepaschi (il grande gruppo italiano oggi forse più fragile e bisognoso di nuovi capitali).

In ogni caso, due grandi banche francesi (Bnp e Credit Agricole) sono oggi concorrenti con più di mille sportelli in casa dei maggiori gruppi italiani: il contrario, ovviamente, non avviene e non è neppure immaginabile, mentre il sistema-Italia sta consegnando a Parigi anche Edison e Parmalat. Dopo Alitalia e molta grande distribuzione commerciale; e dopo aver rischiato di consegnare Mediobanca e le Assicurazioni Generali.

Nessuna delle grandi banche italiane (neppure Mps e Bpm) è comunque fallita durante la crisi o ha dovuto essere nazionalizzata per sopravvivere (come le banche inglesi). Eppure per la Popolare di Milano è stato evocato perfino il commissariamento e - una volta di più - la Borsa gioca: una voce su Bnp ha fatto recuperare del 7% in poche ore un titolo depresso. E una Bpm che in Borsa vale meno di un miliardo di euro può fare effettivamente gola a molti: a cominciare da quella stessa Mediobanca, la quale si è offerta di garantire la maxi-ricapitalizzazione.

Piazzetta Cuccia - ora apparentemente “indipendente” e affidata ai manager Renato Pagliaro e Alberto Nagel - ha già sostenuto la ripatrimonializzazione del Banco Popolare, che tuttavia è riuscito a raccogliere per intero due miliardi presso i suoi soci-clienti e non si è ritrovato nell’azionariato una Mediobanca con un pacchetto ingombrante di qualche punto percentuale. È vero - nel Banco e in prospettiva in Bpm - quel pacchetto non avrebbe potuto contare come in una società per azioni, ma il suo peso “capitario” non sarebbe stato diverso da quello di un micro-azionista con qualche centinaio di azioni. L’effettivo nodo del contendere resta infatti questo: il destino dell’ordinamento cooperativo bancario, che la crociata degli economisti-mercatisti non cessa di voler scardinare, assoggettandolo al modello unico della Spa contendibile in Borsa a suon di Opa.