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FINANZA/ Se il neo-municipalismo riparte da Profumo

Dopo la vittoria elettorale di Pisapia, le partecipazioni del Comune di Milano dovrebbe passare sotto il controllo di una holding agli ordini di Profumo. L'analisi di GIANNI CREDIT

Alessandro Profumo (Foto Imagoeconomica)Alessandro Profumo (Foto Imagoeconomica)

Ricordate il clamoroso scontro fra Silvio Berlusconi e Diego Della Valle a Vicenza, alla vigilia del voto del 2006? A quella kermesse confindustriale, Ferruccio De Bortoli - che oggi è tornato a dirigere Il Corriere della Sera - moderava una tavola rotonda dal titolo inequivocabile: “Neo-statalismo municipale, banche, imprese, utilities: concorrenza sleale, sussidiarietà, competizione”. Fuori dal gergo “convegnese”: la “concorrenza” dei sindaci-capitalisti-imprenditori è sempre “sleale”, inaccettabile in particolare nei settori di “banche e utilities”; l'unica “competizione” benefica e degna di una democrazia economica di mercato (anche nei servizi pubblici) è tra “imprese” private; la “sussidiarietà” resta la sintesi possibile (certamente quella intellettuale) di un'autentica politica economica “2.0”: peccato che un testimone culturale come il presidente della Fondazione per la Sussidiarietà (editrice de ilsussidiario.net) a quel workshop non fosse invitato, anzi: non è mai stato invitato, né prima né dopo.

Quell'establishment - la mitologica “borghesia” evocata anche in questi giorni dietro la vittoria di Giuliano Pisapia a Milano - votò allora Romano Prodi in odio consolidato al berlusconismo e in omaggio alla ricca stagione “privatizzatoria” di cui il premier emiliano è stato protagonista: all'Iri e poi a Palazzo Chigi, passando anche per il ruolo di superconsulente della Goldman Sachs. L'unico premier (o sindaco) buono - nella visione sempiterna di quella “borghesia” - resta quello che vende, affitta, regala: si tratti di Comit e Credit, di Telecom e Autostrade, delle licenze assegnate a Omnitel o a Fastweb, di A2A o della Sea, delle stesse Fondazioni bancarie. Forse che alla Compagnia San Paolo - di cui il sindaco “comunista” di Torino resta king-maker - gli ultimi due presidenti non sono stati Franzo Grande Stevens e Angelo Benessia, legali degli Agnelli e della Fiat?

Non sorprende quindi che - appena spenti i fuochi della festa arancione per la vittoria di Pisapia - Alessandro Penati (commentatore finanziario-principe di Repubblica) inviti sbrigativamente il neo-sindaco a riscrivere il suo programma sulla gestione delle grandi partecipazioni azionarie del Comune e, in generale, degli interessi economici diretti di Palazzo Marino. Repubblica ha ciecamente sostenuto Pisapia, eppure Penati scopre subito che le “guidelines” del candidato emerso dalle file della sinistra radicale sono indigeribili anche per un economista “democratico”.

Nel 2011, anche al più incallito censore del preteso affarismo dell'amministrazione Moratti, appare politicamente scorrettissimo affermare che il Comune di Milano debba mantenere una “funzione di controllo e indirizzo strategico” per la municipalizzate, delegandone la gestione a non meglio definiti “organismi” posti alle dipendenze di un “assessorato allo sviluppo”. È per questo che opinionisti e “media” pro-Pisapia sono al lavoro per riverniciare in fretta e furia quelle posizioni di partenza squisitamente ideologiche.