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FINANZA/ Quelle analogie con l'Italia di Mani pulite

Il Tribunale di Milano (Foto Imagoeconomica)Il Tribunale di Milano (Foto Imagoeconomica)

La “finis Fiat”, in realtà, comincia allora: dieci anni prima della morte dell’Avvocato Agnelli, quasi vent’anni prima di Sergio Marchionne. Ma tra salvataggi bancari e Procure (e qualche volta carceri cautelari), in quei mesi, si dibattevano pressoché tutti i grandi nomi del capitalismo nazionale: da Carlo De Benedetti, patron di un’Olivetti ormai in disarmo, a Giancarlo Pesenti, a Salvatore Ligresti. Silvio Berlusconi stesso preparava la sua discesa in campo pressato più sul versante della finanza d’azienda che su quello politico-giudiziario: è agli annali che la Mediobanca di Enrico Cuccia impose a Comit e Credit di ridurre gli affidamenti al gruppo Fininvest e che la sola Banca di Roma di Cesare Geronzi mantenne ossigeno alle attività televisive del Cavaliere. Mediaset nasce a dicembre ‘93 e viene quotata in Borsa solo nel ‘96. Ma quanti crack grandi e piccoli disseminarono quei mesi, aprendo solchi profondi?

Del caso-apripista (Trevitex) si continua a parlare: il procuratore aggiunto di Milano Alfredo Robledo - implacabile accusatore delle banche per i miliardi di derivati venduti agli enti pubblici italiani - è salito alla ribalta per aver perseguito molti anni dopo le banche che avevano dapprima finanziato, poi salvato un oscuro gruppo tessile nato nel Nordest negli anni ‘80. Una piccola famiglia imprenditoriale (i Dalle Carbonare) era stata di fatto usata come veicolo per una campagna di acquisizioni a debito: regista era una banca svizzera e alcuni finanzieri italiani svelti nell’importare al di qua dell’Atlantico il grande gioco “a leva” di Wall Street.

L’idea di costruire un grande gruppo comprando velocemente aziende alla rinfusa non funzionò. Dopo decenni di fallimenti industriali causati da finanziamenti pubblici sbagliati (o peggio), fu la prima volta che l’Italia vide da vicino i problemi che l’allora giovane “finanza globale” poteva portare: con il private equity e le fusioni di Borsa, con l’ingegneria finanziaria e i “maquillage” di bilancio, con i banchieri che allentavano la vigilanza anti-rischio di fronte alla prospettiva degli “utili a brevissimo”. Eppure - allora come ora - fu proprio la saldezza del sistema bancario interno e dei circuiti finanziari domestici che resse alla fine l’urto delle crisi aziendali. E se oggi la Fiat, la Pirelli, l’Olivetti non ci sono più, è da quella fase che escono i nomi che oggi identificano il capitalismo imprenditoriale nazionale: da Diego Della Valle a Leonardo Del Vecchio, dalla famiglia Benetton a Francesco Gaetano Caltagirone.

Il gioco delle analogie e delle differenze, al solito, potrebbe proseguire all’infinito. Nei prossimi mesi, in ogni caso, il “gioco del ‘92” non potrà limitarsi a seguire la crisi dell’euro come un tempo osservavamo la lira; i bollettini delle Procure (le stesse di allora); l’impasse politica e il nuovo confronto sulle riforme istituzionali. Potrà essere utile leggere la cronaca finanziaria tenendo sotto mano l’archivio di un corposo passato prossimo.

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