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FINANZA/ Il Fondo di Tremonti vs. la banda del ‘92

Giulio Tremonti (Foto Ansa)Giulio Tremonti (Foto Ansa)

Il gruppo di Collecchio, clamorosamente fallito a fine 2003, è stato ristrutturato da Enrico Bondi, manager di antica scuola Mediobanca. Come commissario governativo ha recuperato per via giudiziaria alcuni miliardi di euro di fondi distratti da Parmalat durante gli anni di “mala gestio” della famiglia Tanzi, conniventi e compici alcune grandi banche internazionali. Ha costruito una soluzione (lo scambio obbligazioni-azioni) che alleviasse almeno in parte gli 80mila piccoli obbligazionisti rimasti impigliati nel crack e contribuisse a ridare alla “nuova Parmalat” un assetto proprietario: public company quotata in Borsa.

Come amministratore delegato, infine, Bondi ha pilotato il rilancio industriale. Una Parmalat più piccola e restituita al “core business” è così ridivenuta un medio gruppo agroalimentare europeo, dotato di alcuni asset interessanti: oltre al marchio, al portafoglio-prodotti e al posizionamento sul mercato italiano, aveva certamente i tre miliardi di liquidità via via accumulati in bilancio dal Bondi “commissario”.

Un’impresa con queste caratteristiche - sicuramente “made in Italy” - non ha tuttavia mai riscosso l’interesse concreto di imprese e investitori strategici italiani ed è finita preda (neppure troppo difficile) di un gruppo estero. Un polo francese, non quotato e non più grande di Parmalat. Un gruppo privato, Lactalis, ma fortemente appoggiato dal suo Governo. Un soggetto familiare un po’ indebitato che però si ripagherà immediatamente parte dell’acquisizione, assorbendo la liquidità del bilancio Parmalat. Nel frattempo, sui mercati finanziari - che a suo tempo avevano spolpato Collecchio - fondi e investment bank hanno nuovamente lucrato commissioni e plusvalenze: rastrellando titoli e mimando manovre, lanciando ripetuti ballon d’essai (ad esempio, a Granarolo, della Lega Coop), approfittando soprattutto dell’attendismo delle grandi banche italiane (da Intesa Sanpaolo a Mediobanca).

Forse hanno pesato anche un po’ di gelosa irresolutezza da parte di Bondi e magari i processi ancora in corso (a cominciare da quello principale di Parma, per bancarotta). Sta di fatto che un altro pezzo non proprio piccolo e trascurabile di Azienda-Italia se n’è andato: occupazione, rapporti consolidati con fornitori e banche, laboratorio d’imprenditorialità, effetto-indotto su varie dimensioni e territori.

Un Fondo strategico italiano già rodato sarebbe stata - è ora per il futuro - la risposta giusta per fronteggiare assalti esteri? Non lo sappiamo: lo potremo capire vedendo il Fondo all’opera. Ma ne avrà l’occasione? Mentre un Tremonti - indubbiamente logorato, ma non entriamo nel merito - presentava il Fondo, sui grandi “media” risuona di nuovo forte la voce di chi vuole non “difendere” ma “vendere” la proprietà delle aziende italiane: si tratti del BancoPosta o magari delle stesse big bancarie (UniCredit e Intesa Sanpaolo) le cui quotazioni in Borsa le rendono ormai tranquillamente scalabili dall’estero.