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FINANZA/ Il Fondo di Tremonti vs. la banda del ‘92

Giulio Tremonti (Foto Ansa)Giulio Tremonti (Foto Ansa)

Nel 2011, d’altronde, c’è ancora chi non accetta che le Fondazioni siano presidio ultimo delle grandi istituzioni finanziarie nazionali o presidio primo della crescita delle ex municipalizzate attraverso fusioni e acquisizioni. Eppure proprio le Fondazioni, dagli anni ’90 in poi, sono state protagoniste del caso di successo del sistema bancario: privatizzato senza svendite (com’è avvenuto invece per Telecom) e fatto crescere per fusioni interne progressive aperte a partnership con gruppi europei. È stato attraverso questo percorso che le banche italiane sono state trattenute da un’eccessiva esposizione sui mercati globali che hanno poi collassato.

È stato così, d’altronde, che le Fondazioni hanno visto emergere nei loro bilanci quei valori patrimoniali che hanno consentito, tra l’altro, la ricapitalizzazione e la parziale privatizzazione della stessa Cassa depositi e prestiti; e il presidio “decentrato” di importanti quote di Eni, Enel, Poste, Terna. Il Fondo strategico è l’ultima emanazione di questo processo di privatizzazione del Sistema-Paese, nell’interesse del Paese, non solo degli euro-burocrati e degli euro-banchieri.

All’orizzonte - nel solito ruolo di commentatori-consulenti-candidati un po’ a tutto - rifanno capolino Romano Prodi, Giuliano Amato, Mario Monti. L’eterna “banda del ‘92”: cui mai è mancata - nei momenti di “buen retiro” - una qualifica prestigiosa e un buon compenso dalla Goldman Sachs.

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