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FINANZA/ E ora Merkel e Sarkozy inaugurano la "legge del più forte"

Angela Merkel e Nicolas Sarkozy (Foto Ansa)Angela Merkel e Nicolas Sarkozy (Foto Ansa)

- Gli eurobond (la cui “necessità intrinseca” era stata prevista per tempo dal ministro italiano dell’Economia, Giulio Tremonti) non sono quindi più rifiutabili per principio da nessuna opinione pubblica: neppure quella tedesca (al di là delle comprensibili cautele diplomatiche del cancelliere Merkel) nel momento in cui all’euro alternativa non c’è. O meglio, come diceva Keynes del capitalismo e Churchill della democrazia, l’euro si è ormai consolidato come “la peggiore delle strutture economico-monetarie possibili, salvo tutte le altre”. Anche in questo campo, siamo nell’ambito dei fatti, che possono non piacere ma restano più forti dei giudizi. L’euro non è stato un errore: anzi, oggi è più forte perfino degli europei che ne farebbero a meno, siano essi greci sottoposti a una super-austerity, o tedeschi obbligati a salvare i greci, o italiani pressati dalla manovra di Ferragosto.

Certo, l’euro ha bisogno di una politica fiscale comune: a tappe più o meno serrate e faticose ci si arriverà. Gli eurobond (cioè una responsabilità politico-finanziaria comune sulla solvibilità dell’Eurozona) si annunciano come un passo strutturale in vista di un coordinamento regolato dei budget, che ieri Merkel e Sarkozy hanno più concretamente prospettato. La “legge del più forte” (del più sano, del più produttivo nelle imprese non meno che nelle università o nei sistemi infrastrutturali, del più competitivo sui mercati) conterà qui. Stavolta, a differenza di quando il vincolo euro era un traguardo, l’omogeneità e la differenza la farà la forza intrinseca di un Paese di restare dentro il format-euro, che a sua volta è un modo di affrontare la nuova competizione geopolitica. L’Italia non può più contare su un patrimonio da privatizzare, ma dentro l’euro il gioco si presenta - sulla carta - ad armi pari, se il sistema-Paese lo vuole. E fuori dall’euro non è immaginabile affrontare due situazioni egualmente problematiche come il declino degli Stati Uniti e l’ascesa definitiva di “semicontinenti” come Cina e Brasile.

- Le Borse azionarie sono volatili per lo più al ribasso, prendono atto - ovunque, non solo in Piazza Affari - che le economie del G7 sono a rischio di nuova recessione, che le imprese produrranno meni utili e investiranno di meno, che ci saranno più disoccupati, i consumatori spenderanno di meno, i contribuenti verseranno meno imposte e tasse. Le banche e le assicurazioni, in particolare sono deboli - anche al listino - perché i loro asset risentono della grave crisi finanziaria iniziata nel 2007. Quest’ultima è alla base dell’enorme peggioramento delle finanze pubbliche degli Stati Uniti e dell’Unione europea: i bilanci statali sono andati in pezzi per le necessità di salvare il sistema creditizio dal fallimento. Le finanze pubbliche italiane hanno sofferto meno di altre della crisi bancaria, più di altre per nodi strutturali e recessione