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FINANZA/ Il futuro della crisi tra la sfida di S&P’s e il “richiamo” di Draghi

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Sia Pechino che un direttorio europeo formato da Francia, Germania e Bce hanno sollecitato sacrifici: l’America non può più vivere al di sopra delle proprie possibilità se vuole continuare a trovare credito per i propri T-bond; l’Italia deve accelerare la rincorsa del pareggio di bilancio se vuole che la Bce difenda i Btp con acquisti sul mercato.

Non è facile dire se - almeno sul piano politico - stia peggio Roma o Washington: la Cina (un sistema burocratico-militare) è per gli Usa un competitor geopolitico in pieno boom economico, anche per il regime amministrato della sua valuta. In Europa, l’Italia si misura con partner confrontabili, in condizioni economico-finanziarie migliori ma non eccellenti, all’interno di una costruzione istituzionale regolata e basata sulla democrazia di mercato.

Tuttavia, nella sua ruvidezza appare più chiaramente delineata la “confrontation” tra Usa e Cina: compresa, al limite, la natura apolide del “sistema Wall Street” (agenzie di rating comprese) ormai autoreferenziale nel riposizionare di volta in volta le armi della “finanza di mercato”. In Europa, invece, l’assenza di un governo centralizzato della finanza pubblica obbliga ancora una volta la Bce a recitare un ruolo supplente. Come per la crisi greca, l’aiuto ai titoli di Stato italiani sotto tiro è richiesto dalla stabilità dell’euro (anche se la speculazione continua a giocare mediaticamente per amplificare i rischi). D’altro canto il veicolo d’emergenza (l’Efsf) è stato deciso ma non costruito.

Quindi, nell’ennesimo weekend estivo di lavoro, la Bce - lungi dall’appoggiarsi alla Commissione Ue - cerca input e garanzie presso i governi-pilastro, a Parigi e Berlino. Di qui una situazione oggettiva di riduzione di sovranità, per di più (nel caso della Bce) a vantaggio di un’entità non politica ma tecnocratica; di un club di banchieri alla fine non espressione diretta delle democrazie della Ue-17.