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FINANZA/ Le nuove mosse nella "guerra" tra Usa e Ue

Ben Bernanke e Tim Geithner (Foto Ansa) Ben Bernanke e Tim Geithner (Foto Ansa)

La Fed, infine, sta reiteratamente inondando di liquidità i mercati, con buona probabilità di continuare a creare non ripresa, ma soprattutto inflazione, di drogare i mercati con nuova speculazione (anche quella contro i titoli sovrani europei), di tenere svalutato il dollaro, come avrebbe fatto con la lira un governicchio italiano premuto dagli industriali per guadagnare qualche mese di export, magari subito pagato dal Paese con una salatissima bolletta petrolifera.

Ma il moralismo contro l’ipocrisia serve a poco, durante le fasi di grande aggiustamento geo-politico: tanto più che a muoversi come una belva ferita - o quanto meno indebolita - è la declinante potenza egemone del pianeta, abituata da più di sessant’anni a far valere i propri interessi anche attraverso il dollaro. L’impegno più arduo - per l’Europa - è in ogni caso realizzare tutte le conseguenze della perdita di centralità dell’America: come ai tempi del confronto con il blocco sovietico.

L’Europa “dell’euro”, del resto, decolla non per caso in coincidenza con la caduta dei Muri e con l’affermazione di una globalizzazione “multipolare”, popolata da “Cindia” e dalla nuova Russia. È un mondo in cui rischi e opportunità, poteri e responsabilità sono da vent’ani in fase di tumultuoso rimescolamento. Anche il lungo e apparentemente drammatico test della crisi greca non è tecnico, ma politico. La misura del rigore fiscale a difesa dell’euro - anche quando la recessione solleciterebbe misure espansive come quelle adottate dagli Usa - è anzitutto una sfida interna tra i paesi membri e tra i governi e i loro elettorati.

A lato c’è il confronto con i mercati e con gli altri soggetti geo-economici planetari. Sotto questo profilo è ipocrita accusare l’Europa di scarsa efficienza politica: l’efficientissima democrazia americana non ha saputo prevenire né il crack di Wall Street, né il declassamento dalla “tripla A”. Nel Vecchio continente è invece in corso un confronto democratico su chi debba pagare “nel durante” la crisi greca: anzitutto i greci stessi, poi - in chiave di riduzione del rischio futuro - i paesi più deboli dell’Eurozona, poi anche - in chiave di solidarietà e di “premio di leadership” - i paesi trainanti.