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FINANZA/ Le nuove mosse nella "guerra" tra Usa e Ue

Ben Bernanke e Tim Geithner (Foto Ansa)Ben Bernanke e Tim Geithner (Foto Ansa)

Se non c’è differenza sostanziale tra la pretesa statunitense di scaricare sempre all’esterno i propri squilibri e quella dei paesi della “core Europe” di imporre ai paesi periferici una più stretta disciplina fiscale, è vero che il riequilibrio in Eurolandia è oggetto di confronto politico, non delegato alle tecnocrazie, alle banche centrali, ai mercati. La “democrazia 2.0” ha un costo: dipende da come lo si sostiene e lo si valorizza. Quella americana ha demandato alle banche d’affari e a una “bolla immobiliare” il sostegno all’economia dopo l’11 settembre. L’Europa - se ha avuto una colpa - è quella di aver partecipato in parte a questo gioco.

Ora anche l’Italia, certamente, è a un bivio: ha un debito accumulato che zavorra i parametri vitali dell’Azienda Paese. Può e deve farvi fronte in molti modi: in questa nota settimanale si è, ad esempio, già sottolineato come la scorciatoia di altre privatizzazioni “all’incanto” sarebbe pericolosa, così come la mancata difesa di un sistema bancario che vale molto più di quanto dicano le Borse.

Un tempo - neppure all’epoca dell’ormai proverbiale 1992 - non c’era bisogno di scegliere tra Europa e America o di fare i conti con la Cina. Oggi sì: la fatica maggiore è questa e nessuno può decidere per noi. 

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