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SCENARIO/ Privatizzazioni e liberalizzazioni: istruzioni per l’uso

Romano Prodi e Mario Monti (Foto Imagoeconomica) Romano Prodi e Mario Monti (Foto Imagoeconomica)

Forse non è un caso che negli stessi mesi, lo stesso esecutivo Prodi abbia bloccato una ristrutturazione del gruppo Telecom (allora controllato da Marco Tronchetti Provera) che prevedeva la vendita all’estero di Tim e l’alleanza col polo Murdoch nel settore media: anche in questo caso era stato Prodi (con Carlo Azeglio Ciampi al Tesoro e Mario Draghi Direttore generale) a privatizzare Telecom, con un’Opv integrale e un “nocciolino duro” pilotato dalla famiglia Agnelli. In meno di due anni il governo D’Alema appoggiò l’Opa del “capitano coraggioso” Colaninno, in realtà cavalcato dalle grandi banche d’affari di Wall Street. Risultato: Telecom è da dieci anni un’azienda paralizzata dal suo debito, incapace di fare da volano allo sviluppo digitale del Paese, insidiata nel controllo da Telefonica de España, a malapena equilibrata dalle banche italiane di Telco.

Il premier Monti ha trascorso il Capodanno a Roma, volendo testimoniare il suo impegno: privatizzazioni e investimenti in grandi opere dovrebbe appunto accompagnare nuove richieste di “solidarietà” agli italiani (questa volta non ai contribuenti, ma ai lavoratori dipendenti cosiddetti “ipergarantiti”). Non sarà male ricordare a Monti - un liberista moderato - che non potrà far finta di ignorare tutte le lezioni degli ultimi vent’anni: lezioni che lui ha potuto non solo osservare e commentare come economista, ma spesso anche ispirare e realizzare come commissario Ue all’Antitrust.

Lo spunto di riflessione più sintetico non può essere che questo: per quanto complicato, è necessario tenere sempre ben distinti tutti i fini e tutti i mezzi. Se vendere un gioiello serve principalmente per far cassa (a suo tempo era certamente il caso di Telecom, oggetto di un preciso accordo Roma-Bruxelles sull’ingresso italiano nell’euro), occorre puntare su quell’obiettivo. Telecom (non da sola: accadde in precedenza a Credit e Comit) fu invece venduta in Opv disperdendo intenzionalmente il valore del premio di maggioranza assoluta. Ciò - soprattutto nel caso di Telecom - ebbe quindi l’effetto di abbassare i prezzi, unitamente a quello di riconoscere alte commissioni alle banche d’affari internazionali che curarono un collocamento diffuso.

Telecom divenne in ogni caso (ovviamente per poco) una public company: e la cosa fu spacciata - un po’ ideologicamente - come un contributo importante alla crescita della Borsa italiana in Europa (“le privatizzazioni offrono merce di valore per il risparmio gestito liberato dai depositi bancari; le grandi imprese insegnano alle medie e alle piccole che la loro crescita può avvenire solo con l’apertura del capitale in Borsa”). Analogamente la “madre di tutte le Opa” su Telecom fu presentata come operazione esemplare della contendibilità di grandi utilities a capitale aperto e conduzione manageriale: invece fu, una volta di più, una grande abbuffata per il circo della finanza globale.

Ancora: si disse che Telecom privatizzata e imprenditoriale (sia con gli Agnelli, sia con Colaninno, sia con Tronchetti) avrebbe fatto crescere l’intera Azienda-Italia. Quindici anni dopo la rete Telecom è invece ancora in predicato di essere ri-pubblicizzata per potere essere finalmente modernizzata - con investimenti statali o misti - al fine di colmare il “digital divide” tra le diverse aree del Paese e tra l’Italia e gli altri paesi. E i Benetton non sono più imprenditori: sono finanzieri e gestori di concessioni pubbliche.