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MANOVRE/ Grandi reti, partita al fischio d’inizio...

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Non sempre i grandi imprenditori nazionali rappresentano il partner preferibile per privatizzare/liberalizzare producendo crescita. Non è stato così neppure per Telecom: prima parcheggiata presso la famiglia Agnelli (con Prodi 1), poi scalata da Roberto Colaninno (con D’Alema), poi messa in mano a Marco Tronchetti Provera e ancora ai Benetton, agganciata infine (da Prodi 2) a Mediobanca e Intesa Sanpaolo. Un polo sottoposto all’influenza di un grande competitor estero come Telefonica e non più dotato di risorse interne per finanziare lo sviluppo della rete. E di quest’ultima, non a caso, è stata più volte ventilata la ripubblicizzazione, sempre attraverso la Cdp. Di qui alle elezioni 2013 qualcosa accadrà?

Fin dalla crisi della gestione Tronchetti la partita delle tlc ha del resto incrociato il delicatissimo mercato dei “media”: allo scorporo di Tim e della rete fissa avrebbe potuto accompagnarsi un’alleanza strategica con Sky e probabilmente anche con Rcs. La “regulation” allora impediva ancora la gestione integrata di giornali e tv, oggi sostanzialmente superata, anche se manca ancora un quadro ridefinito. “Le normative interne ed europee sono molte”, ha sottolineato non a caso il ministro Passera nell’annunciare lo stop momentaneo sulle frequenze del digitale terrestre. Ma è indubbio che - per quanto simbolico e politicamente rilevante (coinvolgendo Mediaset) - si tratta di un passaggio quasi periferico rispetto a un più ampio riassetto (regolatorio, proprietario, strategico) delle “reti media”, al quale contribuiranno varie accelerazioni prodotte dalla crisi: a cominciare dalle difficoltà della Rai e di molti editori di carta stampata.

In breve: il progetto “Telecom media company” potrebbe tornare d’attualità (forse assieme ad altri) mentre la rete fissa - bisognosa di investimenti per colmare il “digital divide” nazionale - potrebbe trovare nuovi assetti.

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