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DIETRO LE QUINTE/ Le manovre della finanza nello scontro Renzi-Bersani

Matteo Renzi (Infophoto)Matteo Renzi (Infophoto)

Il ridimensionamento di Sergio Balbinot - che aveva ultimamente condiviso con Giovanni Perissinotto una lunga stagione come amministratore delegato a Trieste - pare segnare definitivamente una fase storica della compagnia: quella durata per quasi quarant’anni dal doppio patronato della Mediobanca di Enrico Cuccia e della Lazard di Antoine Bernheim. La nuova leadership manageriale piena di Antonio Greco - che ha potuto avvicendare molti nomi nella prima linea - apre un periodo in cui certamente il Leone proverà a riconquistare smalto nelle cifre di bilancio e in Borsa; ma anche - inevitabilmente - un periodo in cui Trieste avrà molta più autonomia che in passato anche sul piano strategico.

L’oggettiva debolezza di Mediobanca (dopo il caso FonSai), la relativa forza di alcuni soci privati (Caltagirone e Del Vecchio in testa) interagiranno con Greco: un manager che si è formato anche in Allianz. Un uomo quindi che proviene dal gruppo che - assieme ad Axa e alle stesse Generali - forma lo storico tridente delle assicurazioni in Europa. D’altro canto Greco è esponente italiano di quella “Azienda-Germania” che negli ultimi tempi ha collocato altri due “big names” ai vertici dell’establishment finanziario: Giuseppe Vita presidente di UniCredit ed Enrico Tommaso Cucchiani come Ceo di Intesa Sanpaolo.

UniCredit, Intesa, Generali: da un quindicennio le prospettive di sviluppo strutturale del sistema bancassicurativo italiano ruotano attorno ai tentativi di trovare combinazioni possibili fra i tre “campioni”. Le stesse fusioni del 2007 (Intesa-Sanpaolo e UniCredit-Capitalia) possono essere considerati ulteriori passaggi intermedi: gli unici possibili allorché al centro dello scacchiere si collocava l’immobilismo inerziale della Mediobanca cucciana-maranghiana. Il tentativo più avanzato, non a caso, data già 2001: il governatore Antonio Fazio, alla fine, non era contrario a una fusione Intesa-Unicredit che avrebbe dato un piedistallo solidissimo al sistema Mediobanca-Generali e a quanto si andava aggregando attorno (da Rcs a Telecom).

Proprio da piazza Cordusio, del resto, negli ultimi giorni, sono giunti ulteriori segnali da non trascurare. L’ipotesi di sostanziale scissione di UniCredit fra attività italiane e attività europee (ex Hvb e tutti i “possedimenti” nell’Europa dell’Est) è stata smentita ma solo «per ora». Dunque è di fatto sul tavolo la nascita di una “UniCredit Italia” che potrebbe tornare ad avere la struttura di controllo originaria: Fondazioni italiane (Verona e Torino in testa) e imprenditori italiani. Fra questi, peraltro, è uscito dai ranghi ordinari Luca di Montezemolo: divenuto vicepresidente in Piazza Cordusio in rappresentanza del fondo sovrano di Abu Dhabi, ormai grande azionista.

Una variante in più del “nuovo puzzle” che si va disegnando nella “terra di nessuno” fra finanza e politica: un emirato del Golfo (gemello di quello del Qatar, impegnatissimo su Milano) e un eterno candidato a una leadership politica “di rottura” in Italia (un po’ gemello di Renzi).

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