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FINANZA & POLITICA/ Unicredit e Intesa, chi vuole (o non vuole) la fusione?

Giovanni Bazoli (Infophoto)Giovanni Bazoli (Infophoto)

È in questo quadro che un mese fa, il presidente di UniCredit, Giuseppe Vita, non ha escluso l’ipotesi di uno spin-off delle attività italiane del gruppo, anche se ha ribadito che non è all’ordine del giorno. Vita, ex presidente del gigante farmaceutico tedesco Schering e di Allianz Italia (azionista di UniCredit), è un italiano adottato dall’“Azienda Germania”, che è presente nell’azionariato di Piazza Cordusio, quasi sicuramente al di là della quota ufficiale che la Ras ha mantenuto fin dalla privatizzazione. Prospettando - almeno come ipotesi - una divisione di UniCredit in due grandi unità ha parlato inequivocabilmente tenendo conto di entrambe le componenti del gruppo - quella italiana e quella tedesca - presenti sia nell’azionariato che nel corpo aziendale.

Secondo alcune interpretazioni, era già nelle premesse “non scritte” della fusione del 2005 fra UniCredit e Hvb-BankAustria che ad Alessandro Profumo - ritenuto allora il miglior Ceo bancario del continente - fosse affidata essenzialmente la ristrutturazione della più inefficiente delle grandi banche austro-tedesche. La grande crisi economico-finanziaria e la leadership assunta dalla Germania nell’eurozona (fra poco terreno anche di Unione bancaria) starebbe dunque creando le condizioni di un esito in parte annunciato: l’“Azienda-Germania” si riprenderebbe “ciò che era già suo” (Hvb e BankAustria), ma anche “gli spazi vitali nell’Est Europa” (dalla Polonia alla Turchia) che l’UniCredit di Profumo aveva cominciato ad annettersi giocando d’anticipo perfino su Deutsche Bank o Commerzbank, più attratte verso Ovest dai flash della finanza derivata.

All’“Azienda Italia” resterebbe soltanto “ciò che era suo”: la somma del vecchio Credit, del Rolo, di tutte le “vecchie” Casse di Verona, Torino, Treviso, Modena che diedero vita alla fusione-blitz del ’98. In più il polo Capitalia (la vecchia Banca di Roma, il vecchio Banco di Sicilia, la vecchia Bipop) , aggregata nel 2007. In più - soprattutto - quel pacchetto Mediobanca unico sopravvissuto del tris che - vivo Cuccia - la legava alle sue tre storiche Bin (Comit, Credit e Bancaroma). Quel cordone era duplice: era azionario e bancario, perché la raccolta di Via Filodrammatici era garantita da una convenzione di ferro fra Mediobanca e Bin.

Perché non ripartire da quel modello? Una grande banca ri-concentrata su retail (è stata la strategia del primo Profumo) e su corporate ritarato sull’“Azienda Italia” (lontano dai pericolosi giri di valzer con i derivati venduti a medie imprese e piccoli comuni). E poi Mediobanca che può restare oggi quello che era ieri, ma in una geografia inevitabilmente mutata. E poi, a valle, anche le Generali: che hanno in fondo già cominciato un cammino nuovo, ma - forse per la prima volta - come grande gruppo italiano.

Quando Palenzona, nel weekend, ha allontanato (almeno da sé) la paternità del rilancio della fusione UniCredit-Intesa, è parso implicitamente accreditare che l’ipotesi spin-off - citata dal suo presidente - è l’unica in questo momento esistente nei cassetti strategici di UniCredit: quanto meno la più logica, in attesa delle necessarie verifiche (presso i soci, presso il management, in Borsa, presso le autorità di vigilanza, ecc.). Certamente, comunque, è un’ipotesi che pare raccogliere l’interesse preliminare - se non ancora il consenso - di diversi attori: le Fondazioni e gli azionisti italiani di UniCredit, i suoi soci tedesco-centrici, il presidente, il management di Mediobanca e delle Generali.