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SPILLO/ L’Azienda-Italia tra il Professore e il Cardinale

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No, ha affidato la Faac a uno “stakeholder” molto particolare, ma molto tradizionale: la Chiesa, anzi il suo vescovo. Il quale, a differenza di tanti suoi colleghi o predecessori, si trova anche lui sfidato a “fare del bene” in modo nuovo: non limitandosi a distribuire a dovere la rendita di un patrimonio, ma anzitutto mantenendo integro e redditizio un investimento “ongoing”, “funzionante” come dicono gli analisti finanziari.

Non è peraltro una novità assoluta: i banchi di pegno - archetipi del credito europeo, anche a Bologna - sono stati inventati dai francescani per aiutare i piccoli artigiani a sostenere le loro aziende in periodi di crisi, lontano dalla “finanza di mercato” di allora, che si chiamava “usura”. Certo Menini ha lasciato in eredità molto più che una multinazionale tascabile con mille dipendenti. Ha lasciato una provocazione a 360 gradi: al cardinale Carlo Caffarra, anzitutto, chiede di dimostrare che si può essere un buon azionista di riferimento di un gruppo industriale europeo in questa difficile congiuntura, senza essere un hedge fund.

 Ma nell’Italia “sospesa”, “in transizione”, il caso Faac sollecita risposte politico-culturali anche più alte: la priorità per la ripresa è davvero “piacere ai mercati”, invogliare gli investitori esteri, varare l’abolizione dell’articolo 18 “tutto, maledetto e subito”? Oppure si può - si deve - far leva sul “capitale” (finanziario, umano, sociale) esistente nel Paese, puntando sulle persone e sulle comunità, non rottamandole a beneficio dei cosiddetti “mercati”? Monti ha cominciato la sua personale campagna elettorale su un’isola cinese. Vediamo da dove e come gli rispondono i partiti vecchi e nuovi. 

 

P.S.: Il Corriere della Sera ha affidato una sua “inchiesta” sul mercato del lavoro a Pietro Ichino, professore universitario e senatore Pd. Nel “new normal” della democrazia sospesa e dintorni può succedere anche questo: che i giornalisti vengano bypassati - “disintermediati” direbbero gli economisti - sui loro stessi giornali dai politici, dai “tecnici di area”, dai super-consulenti. Può succedere. Ai giornalisti “rottamati” dai loro stessi direttori/editori potrebbe a questo punto essere riservata una quota - non importa il colore - nelle liste ispirate al “Porcellum-bis”, alle elezioni politiche della prossima primavera.

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