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MPS/ Il caso Montepaschi fra "reati" e "peccati"

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Un caso praticamente unico in Italia, laddove invece le Fondazioni di origine bancarie - ormai tutte azioniste di minoranza delle ex banche pubbliche - continuano a detenere patrimoni positivi, non gravati da debiti. Ancora più in dettaglio, i forti cali dei titoli bancari in Borsa legati alle ricorrenti turbolenze sui mercati, avevano spinto il titolo Mps a valori talmente bassi che i pacchetti posti a garanzia dei debiti della Fondazione presso altre banche non erano più sufficienti a garantire i finanziamenti.

Questa pressione giungeva proprio quando la Fondazione stava cercando di concretare una complessa operazione-ponte che avrebbe stabilizzato gli equilibri finanziari, abbassando peraltro il livello del controllo al 36% (comunque sopra la “soglia Opa” che limita la contendibilità). È in questa fase che i corsi dei titoli Mps sarebbero stato “manipolati” (sostenuti) per non rendere irreparabile la fase critica. Sarebbe stata la Consob, si dice, a rilevare le anomalie e a segnalarle alla magistratura.

Se le cose sono andate così - lo capiremo eventualmente nei prossimi giorni - le prime considerazioni potrebbero essere le seguenti: non siamo in un ambito di illeciti legati alla corruzione politica, alla truffa, alla malversazione, al depauperamento; ci troviamo invece di fronte a pratiche quotidiane in Borsa, in Italia e nelle grandi piazze globali. E - premesso che l’aggiotaggio e i più giovani “insider trading” e “abuso di mercato” sono i più classici reati “diabolici” da provare - c’è un caso recente a dimostrare la scivolosità di “scandali” cosiddetti fra operatività di mercato, gestione giudiziaria dei fatti e dinamiche mediatiche. quello che coinvolse alti dirigenti di Exor (tra cui l’ex presidente Gianluigi Gabetti, a lungo braccio destro di Gianni Agnelli) per l’accusa di aver manipolato informazioni e operazioni di mercato sui titoli Fiat nel 2005.

All’esito triennale del prestito “convertendo” con cui nel 2002 le grandi banche avevano salvato il Lingotto, Exor (la famiglia Agnelli) rischiava di perdere il controllo della Fiat, ma congegnò in segreto un “equity swap” con Merrill Lynch con cui risalirono al controllo al momento giusto. Vi fu sicuramente un’occasione in cui Exor e Fiat comunicarono il falso ai mercati e non a caso la Consob irrogò una sanzione. Ma alla sbarra penale, nonostante le richieste dei Pm di Torino, tutti gli accusati furono assolti.

La “narrazione” di Milena Gabbanelli, domenica sera, ha però ventilato un ben diverso “scandalo” all’ombra di Rocca Salimbeni: il prezzo pagato dal Montepaschi per l’acquisto di Antonveneta - quasi 10 miliardi di euro per cassa - appare esageratamente alto rispetto (a dire della giornalista) dei 6,3 miliardi pagati “poco prima” dal venditore, lo spagnolo Banco Santander. L’ipotesi fatta balenare è quindi quella di valori talmente “gonfiati” da far sospettare l’esistenza di fondi neri, tangenti, commissioni improprie, ecc.: quello che, insomma, si celava per davvero nella risolutiva Opa Eni su Enimont oppure si è sospettato fossero nascoste tra le pieghe dell’Opa Telecom (oppure nel successivo passaggio da Hopa a Pirelli). Qui sì saremmo in un ambito grave di malversazione: per di più coinvolgendo i Botìn, una delle poche famiglie tuttora “regnanti” nel sistema bancario internazionale.



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