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FINANZA & POLITICA/ La "tele-saga" La7 e l’illusione tripolare

La7 è ormai sul mercato, ma non è più così scontato che ad acquistarla possa essere Carlo De Benedetti, già titolare del gruppo Espresso-Repubblica. L’analisi di GIANNI CREDIT

Carlo De Benedetti (Infophoto)Carlo De Benedetti (Infophoto)

Il passaggio di proprietà di Tim (editore di La7) dal gruppo Telecom lo scorso fine settimana era dato per imminente e tutti i “rumor” concordavano nell’indicare il probabile acquirente nel gruppo De Benedetti (editore di Espresso-Repubblica). Il cda di Telecom, mercoledì, ha confermato il progetto di spin-off del polo editoriale, ma come passo formale: senza i tempi e le destinazioni finali spasmodicamente attesi. E tutto questo dopo che un coro di voci-Vip (da Gad Lerner a Enrico Mentana) si era subito levato dall’interno a difesa dell’“autonomia” del cosiddetto “terzo polo tv” a fianco di Rai e Mediaset.

Nessuna sorpresa che giornalisti di primo livello, in “parcheggio di lusso” fuori dal duopolio tv, abbiano mostrato contrarietà a un riposizionamento di La7: un percorso chiaramente prodromico a nuovi tagli di costi (Tim continua a non essere in equilibrio economico), ma soprattutto a un ripensamento di strategia. Già un anno fa, del resto, un “anchorman” del calibro di Michele Santoro aveva allungato la sua ombra su La7, prima di tentare l’avventura di Servizio Pubblico, provvisoriamente fuori dai grandi circuiti.

La novità - per ora infatti non realizzata - di una La7 ricollocata altrove da Telecom continua però ad annunciarsi come qualcosa di assai più rilevante di semplice “tourbillon” di poltrone e contratti fra primedonne del video. E non è un caso che il passaggio “stra-annunciato” a Carlo De Benedetti sia sfumato (almeno per ora) nelle stesse ore concitate seguite al voto amministrativo. L’ipotesi di La7 a Espresso-Repubblica (forse oltre le intenzioni stesse di De Benedetti, come si è potuto constatare) appariva infatti coerente con un’evoluzione del quadro politico in senso “tripolare”: una prospettiva che ora sembra improvvisamente non più accreditata perfino da Pierferdinando Casini, leader designato dal “terzo polo” in formazione.

Mediaset saldamente ancorata al centrodestra, Rai tradizionalmente in quota al premier (in questo caso al tecnico Monti, considerato “genitore” nobile del terzo polo); La7 al centrosinistra, naturalmente affidata a un editore più robusto e profilato dell’attuale Telecom, commissariata dalle banche: questo era - e rimane - il disegno di un nuovo “tripolio”, implicito nel ricollocamento di La7. Cosa di meglio, del resto, della “corazzata” di Largo Fochetti per immettere in una rete tuttora virtuale prestigio e investimenti, capitali, giornalisti e, non da ultimo, strategie e ambizioni politico-finanziarie di ampio respiro, paragonabili a quelle del “partito Monti” e della galassia berlusconiana? Ma il primo a non esserne convinto, è parso fin dall’inizio, lo stesso De Benedetti, che pure non ha mai rinnegato la famosa “tessera numero uno del Pd”.