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FINANZA/ Monti e Draghi, un'inversione a U per scaricare la Merkel

Palazzo Koch, sede della Banca d'Italia (Infophoto) Palazzo Koch, sede della Banca d'Italia (Infophoto)

Le banche italiane - che non hanno mai accusato fallimenti, né richiesto salvataggi pubblici e che stanno facendo la loro parte nel sostenere il debito pubblico italiano sotto attacco speculativo -, rischiavano di essere penalizzare rispetto a banche o sistemi bancari di altri paesi-membri dell’Ue (Spagna, Germania e Francia in testa) che avevano di più sui bilanci statali e che hanno i conti più zavorrati da derivati, più rischiosi e illiquidi dei Btp italiani

Ebbene: gli analisti di Borsa - ma forse lo stesso vertice del Banco Popolare - si attendevano sì dalla “promozione” Bankitalia un beneficio sostanziale, ma inferiore a quello che poi è risultato essere stato concesso. Secondo le prime simulazioni, il “core tier 1” del Banco è stato invece portato direttamente dal 7,4% al di sopra del fatidico 9% (addirittura al 9,4%) per decisione autonoma delle autorità creditizie italiane. È una buona notizia? Per il Banco Popolare, per i suoi soci e dipendenti e soprattutto per i suoi clienti certamente sì: non ci sarà bisogno di nuove operazioni sul capitale e il gruppo potrà erogare un po’ più di credito alle imprese dei suoi territori operativi.

È comunque una notizia in quanto tale (non una semplice comunicazione burocratica) interessante in sé per l’evoluzione del sistema istituzionale italiano ed europeo. In estrema sintesi: proprio Bankitalia - la banca centrale dell’Italia - sembra essere un po’ venuta meno a quel “rigore” che in questi giorni è il “mantra” del dibattito pubblico internazionale. Dando al Banco Popolare un pizzico più di fiducia di quanto probabilmente le regole di Basilea 2 e 3 suggerivano, la Vigilanza italiana ha dato una garanzia nazionale all’Eba, che forse non avrebbe “promosso” il gruppo italiano.

Nessuno, ovviamente confermerà mai questo dato di fatto e neppure la breve interpretazione che qui se ne tenta. Un’interpretazione che resta problematica: esattamente come quando il governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, asceso al vertice della Bce ha attenuato il suo rigorismo (monetario e bancario) abbracciando l’incerta filosofia dello “stimolo” propria degli Stati Uniti. Eppure proprio Draghi, meno di un anno fa, aveva suggerito all’Italia una terapia “ultra-rigorista”: quella che ha portato Mario Monti alla guida del governo tecnico. Lo stesso Monti che ha messo il suo Paese a ferro e fuoco sul piano fiscale e previdenziale, ma che in Europa (e anche all’ultimo G8) ha vestito i panni della colomba “anti-rigorista”.

Entrambi, da decenni, come opinionisti e tecnocrati, conducono una guerra ideologica contro le banche della tradizione europea e a favore della finanza globale di mercato. Entrambi sono economisti di scuola liberista, contrari a ogni intervento pubblico sul mercato e convinti che solo i fondamentali economici (produttività del lavoro, competitività esterna delle imprese, rigore fiscale, ecc.) garantiscano sviluppo

La “micro-decisione” adottata sulla quarta banca italiana da Ignazio Visco, il neo-governatore fedelissimo di Draghi e Monti, non appare dunque così “micro” se collocata sullo sfondo di un confronto-scontro decisivo tra forze politico-finanziarie globale: uno sfondo nel quale la stessa crisi greca - o quella italiana - appaiono macro-pretesti per regolamenti di conti strutturali.

Su queste colonne abbiamo proposto più volte modesti spunti di riflessione: il cancelliere Merkel continua ad aver ragione - in linea di principio - quando contesta (anche al presidente Usa Obama) il lassismo monetario se questo deve servire alle JP Morgan di turno per continuare a speculare contro i debiti pubblici europei, con la complicità sempre più aperta delle agenzie di rating. La liquidità in abbondanza - contro ogni annuncio, più o meno in buona fede - continua a non servire per ricreare crescita e occupazione, ma solo a mantenere i rischi di instabilità finanziaria e inflazione (peggio: stag-flazione).